Venezia 75 | Recensione: Nuestro tiempo

NUESTRO TIEMPO (Messico-Francia-Germania-Danimarca-Svezia, 2018) di Carlos Reygadas, con Carlos Reygads, Natalia López, Phil Burgers, Rut Reygads, Eleazar Reygadas. Drammatico. **

Che inizio folgorante: i ragazzini giocano nel fango, puntano le ragazzine sul gommone, mentre alla riva gli adolescenti amoreggiano bevendo e fumando. L’allegoria è evidente, il programma anche: si parte da uno spazio della natura potenzialmente senza confini ma si nuota nel pericolo stagnante. Di rinculo, eccoci nel ranch, teatro claustrofobico en plein air dentro un film dall’orizzonte soffocante.

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L’autenticità è ostentata, la verità si presta ad essere motore della finzione, l’amore muove tutto anche verso la catastrofe umana. La famiglia Reygadas domina la scena: i reali ruoli familiari si traslano in una narrazione che al privato deve – forse – solo la consuetudine dei rapporti, la conoscenza di un’economia dei gesti e degli atti, il patrimonio di ricordi sui quali si edificano i personaggi funzionali.

Scene da un matrimonio: lui alleva tori da combattimento, lei si occupa della gestione del ranch. Vivono un amore consapevolmente libero. Poi lei s’innamora di un americano (uno yankee) che addestra cavalli e lui non ci sta. Nel frattempo… nel frattempo niente: sprazzi limpidi (la struggente cavalcata sotto la pioggia parallela all’auto in corsa) o controversi (la morte di un cavallo scornato dal toro è forse necessaria ma insomma…).

Per un po’ si sta al gioco, si accetta perfino l’insopportabile narcisismo di un autore inevitabilmente anche attore. Però alla lunga questo gioco al massacro è estenuante, un giro a vuoto aggravato da una durata immotivatamente vicina alle tre ore, che per di più si risolve nel trionfo del moralismo di una borghesia elitaria ed egotica che prova ad annegare la noia mischiando le quattro carte sul tavolo.

Per un po’, si diceva, perché in realtà il meccanismo è abbastanza affascinante: pur proponendo uno schema visto altre volte, ha la fortuna di rivendicare la sua naturalezza in virtù dei corpi attoriali in gioco. Il nuestro tiempo, erotico e western, appartiene letteralmente a loro, al linguaggio intimo di una comunicazione che si scopre preda dell’incomunicabilità, al crocevia di una fragilità che rompe qualunque labile equilibrio.

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Il problema è che Reygadas non sa reggere l’intero impianto su una serie di interessante quadretti, perdendosi in immagini metaforiche che più facili non si può (non drammatizziamo, è solo questione di corna…) e momenti masturbatori tesi ad illudere che ci sia una prospettiva universale in un racconto personale, chiuso, asfissiante, logoro. Si parla tanto d’amore, non lo si percepisce mai, né tra le righe delle lettere scritte nel tormento né negli sguardi che implorano la possibilità di dimenticare tutto.

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