Venezia 75 | Recensione: I villeggianti (Les estivants)

I VILLEGGIANTI (LES ESTIVANTS, Francia-Italia, 2018) di Valeria Bruni Tedeschi, con Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Pierre Arditi, Riccardo Scamarcio, Marisa Borini, Noémie Lvovsky, Bruno Raffaelli, Laurent Stocker, Yolande Moreay, Anthony Ursin, Stefano Cassetti, Vincent Perez. Commedia drammatica. * ½

Con una coerenza vicina alla testardaggine, Valeria Bruni Tedeschi continua il suo percorso registico insistendo sull’autofiction, in una prospettiva che con leggerezza potremmo definire terapeutica ma magari effettivamente lo è. D’altronde, i personaggi dei suoi film sono riconoscibilissimi e anche noi spettatori profani riusciamo ad incastrare i pezzi di questo puzzle familiare borghese.

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Lasciata nel buffo Un castello in Italia, che rievocava la morte del fratello sullo sfondo di una decadente magione, ritroviamo VBT dentro un bar parigino a discutere col giovane fidanzato prima di partire per la villeggiatura. Una scena che determina il tono del film: bizzarro, nevrotico, languido, autobiografico. Il problema di fondo è semplice: lei è tanto adorabile quanto incapace di dirigersi.

Consapevole di essere un’attrice formidabile perché capace di portare il senso cechoviano di un disincanto magico, VBT ha però bisogno di un regista che ne sappia addomesticare gli inevitabili manierismi. Cosa che qui pare addirittura ammettere lei stessa, quando, nel momento più teorico e metafilmico, si rivolge ad una commissione chiamata a pianificare il nuovo film che dovrebbe dirigere e interpretare.

Tra i giudicanti appare improvvisamente Frederick Wiseman: nel suo meraviglioso cameo (accreditato sui titoli di coda E.T.!), il maestro del documentario fa qualche tenera smorfia in grado di far capire all’attrice-regista che d’accordo l’autenticità, la verità, la realtà, ma che l’intelligenza del cuore ha bisogno di un sostegno, una base sulla quale edificare la sua poetica. Praticamente una regia.

Come nei precedenti suoi film, parla di un mondo di cui ha totale padronanza: una borghesia decadente, oziosa, piena di problemi personali, che osserva – ci risiamo – con uno sguardo sulla lunghezza d’onda di un Cechov ma sotto il sole caldo della Costa Azzurra. Qui, non a caso, c’è anche attenzione alla servitù, che però non sa emancipare da un bozzettismo un po’ superficiale e lascia scivolare in riflessioni politiche utili sul lavoro a salvare la coscienza dei benestanti.

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Nello spazio fatiscente di una villa che cade a pezzi, abitata da fantasmi che vengono ancora percepiti come corpi perturbanti, si accumulano personaggi, in un balletto che VBT non riesce a gestire, adottando come sguardo quello della svaporata padrona di casa che non sa bene dove piazzare gli ospiti, lasciandoli quindi liberi di fare ciò che credono: così, Valeria Golino vive un bislacco momento musical citando lo spot della Peroni, Pierre Arditi simula l’ideologia di Sarkozy e subisce i fervori dei servi, Marisa Borini va a ruota libera facendo se stessa…

Gruppo di famiglia en plein air: parenti (tanti: la mamma, la zia novantenne, la figlioletta…), amici (tutti gli attori, praticamente) e tanti guai. Ne viene fuori un racconto spinto e stralunato, bilingue e frantumato, che ha ritmo e fa sorridere finché non decide di smarrirsi in fellinismi di seconda mano e parentesi di ruffianeria pop, perdendo il baricentro del suo fragile equilibrio. C’è molto cuore, ma l’autenticità stavolta non basta.

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