Venezia 75 | Recensione: Una storia senza nome

UNA STORIA SENZA NOME (Italia-Francia, 2018) di Roberto Andò, con Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Jerzy Skolimowski, Antonio Catania, Gaetano Bruno, Marco Foschi, Renato Scarpa, Emanuele Salce, Paolo Graziosi, Sergio Pierattini, Silvia Calderoni, Martina Pensa. Drammatico. * ½

I sei film di Roberto Andò si somigliano tutti tra loro. Raccontano un mondo borghese, elitario, colto, dove i libri vengono ostentati nelle librerie in salotto ma non si perde occasione per dare prova di averli anche letti. Capiti? Forse, sicuramente citati. Soprattutto citati. Le citazioni sono il sintomo di una cultura masticata, magari introiettata, al contempo estrapolata, decontestualizzata, resa altra. In Una storia senza nome si cita molto, troppo, di continuo.

Risultati immagini per una storia senza nome

Quando Laura Morante, ghostwriter, tra gli altri, per il ministro dei Beni culturali (ebbene sì), ricicla una massima di Shaw per accontentare il politico bisognoso di mettersi in mostra con un omologo straniero, Andò conferma il cliché del suo cinema sfacciatamente letterario, a tratti improbabile per il mancato affrancamento dalle secche del libro stampato.

In questo caso, però, il regista declina in vario modo il concetto di citazione. Poiché ha programmaticamente deciso di fare un «film sul cinema, un atto di fede, ironico e paradossale» per la «voglia di ritornare a un tono leggero» (dalle note di regia), le citazioni hanno non di rado un carattere giocoso. Alessandro Gassmann fa uno sceneggiatore cialtrone che, nel momento del pericolo, si rivolge agli aguzzini citando Il generale Della Rovere e addirittura La grande guerra, tirando qui in ballo il fantasma del padre.

Prendersi beffa del male ricorrendo al cinema? Il cinema come dispositivo per investigare e trascendere la realtà? La dialettica trionfa con l’ingresso in scena di Jerzy Skolimowski, che potrebbe interpretare se stesso se per puro caso nel film non si chiamasse Jerzy Kunze, un grande regista capitato in Italia per mettere in scena la sceneggiatura scritta da Micaela Ramazzotti, ghostwriter («ho imparato da te», dice alla mamma, che l’ha cresciuta da sola) di Gassmann.

Nell’ufficio della casa di produzione – un socio è Antonio Catania, ed è subito Boris; l’altro è Gaetano Bruno, un nobile siciliano, tipo certi produttori picareschi del dopoguerra – sono esposte molte locandine finte, tranne tre: Il vergineL’australiano e Moonlighting. Facile. E poi Kunze gira rapidamente, con inquadrature che non sarebbe difficile attribuire a Skolimowski stesso, in una dinamica cinematografica molto anniottanta.

Potremmo continuare, ma è chiaro che questi occhiolini siano fatti per accattivare lo spettatore più scafato e portarlo in un gioco di specchi potenzialmente infinito e alla lunga stucchevole. Un cul de sac. D’altronde quello di Andò è davvero un cinema sotto falso nome, fondato sulla figura del doppio, del non-detto, dell’ambiguità, che non di rado s’ingolfa. In Una storia senza nome – che sin dal titolo porta all’estremo questa indecifrabilità – tutti i personaggi sono sdoppiati e raccontano solo pezzi di verità.

Risultati immagini per una storia senza nome

La scomparsa della Natività di Caravaggio, rubata forse dalla mafia quasi cinquant’anni fa, è il tema del film nel film, un intrigo dentro l’intrigo. La realtà interroga la finzione per costruire ipotesi narrative rocambolesche ed incalzanti, con la ghostwriter chiamata al ruolo di eroina in collaborazione con un misterioso ex poliziotto. Poteva essere una specie di ingegnosa Italian Crime Story incrociata con le allegorie alla Rosi e il grottesco di Petri (niente di nuovo, però…), con una spruzzata de L’uomo nell’ombra.

Ma è il film, bolso e auto compiaciuto, ad essere un’ombra: l’ombra di una commedia, di un poliziesco elegante, di un noir tra le dimore mafiose e Palazzo Chigi, di una satira inquietante («tra il mondo del cinema e quello del crimine c’è sempre stato un certo feeling»), di una regia all’altezza, di una recitazione straniante che finisce per essere non di rado ridicola, di una pretesa ironia (come quando si staglia imprevista Disperato erotico stomp, per tacere del finale).

Un pensiero riguardo “Venezia 75 | Recensione: Una storia senza nome

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...