Recensione: Un affare di famiglia

UN AFFARE DI FAMIGLIA (MANBIKI KAZOKU; tit. int.: SHOPLIFTERS, Giappone, 2018) di Kore’eda Hirokazu, con
Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora, Chizuru Ikewaki, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi. Drammatico. ****

Nell’edizione in cui il Festival di Cannes ha attraversato forse il suo momento di maggior crisi, travolto dalla questione Netflix e dalle polemiche a causa di un certo conservatorismo, fa piacere che la giuria, presieduta da Cate Blanchett, abbia concesso il massimo alloro ad Un affare di famiglia, non tanto – e non solo – perché si tratta di un gran film, quanto piuttosto perché consacra così uno dei più importanti cineasti viventi.

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Nel momento in cui riflettiamo se sia opportuno che il vincitore di un festival sia un film non destinato alla proiezione in sala (parliamo del dibattito attorno a ROMA, capolavoro di Alfonso Curarón distribuito da Netflix), la vittoria di Kore’eda Hirokazu ristabilisce la necessità dei premi in queste manifestazioni: non so se senza la Palma d’Oro sarebbe comunque arrivato in sala, visto che il precedente opus del regista, l’elegante thriller The Third Murder, è uscito un anno dopo la prima  Venezia direttamente in dvd.

Insomma, se Kore’eda in sé non ha l’urgenza di raccogliere premi che certifichino la sua statura d’autore, è invece il suo cinema ad aver bisogno di questi riconoscimenti, così da poter raggiungere un pubblico a cui altrimenti sarebbe precluso. E non è un caso che il processo avvenga con questo film, probabilmente non il capolavoro del cineasta ma un meraviglioso compendio della sua poetica ormai inconfondibile.

Seguendo un percorso che contraddistingue i suoi ultimi film, Kore’eda continua a parlare della famiglia, scoprendone stavolta in maniera molto più esposta ed esplicita – per quanto progressivamente rivelata – la concezione anticanonica. Dopo Father and Son in cui tutto partiva da uno scambio di figli, Little Sisters che apriva tre sorelle alla conoscenza di una sorellastra e il Ritratto di famiglia con tempesta fondato sull’elaborazione del distacco, ecco un’altra parabola sul ripensamento dei rapporti di sangue.

Per una volta, c’è da sottolineare la sensatezza del titolo italiano, meno generico di quello internazionale: quel che da subito appare come un nucleo familiare unito – per quanto dedito ad attività losche – e disposto ad accogliere una bambina realisticamente maltrattata dai genitori, si rivela a poco a poco come un gruppo di persone legate da relazioni poco limpide, che vive nel tra illegalità ed irresponsabilità.

Eppure nessuno mette in dubbio la purezza dei sentimenti che permette loro di allontanare la solitudine oltre le porte della piccola e disordinata casa, né si riesce mai a pensare che l’accoglienza della piccola sia da derubricare a rapimento: sebbene ognuno mantenga una doppia identità da tutelare per non far saltare l’equilibrio, è difficile non accettare l’idea che l’uno abbia salvato l’altro dai pericoli del mondo fuori.

In questo racconto in cui la verità è sempre un’interpretazione dettata dall’intelligenza del cuore, Kore’eda si mette dalla parte degli ultimi, quasi colpevoli di essere derelitti. Più che assecondare la dubbia morale di un “padre” che manda i “figli” a rubare (lo si può fare nei negozi, sostiene, perché la merce non appartiene ancora a nessuno) per poter sopravvivere, sembra identificarsi nel vecchio commerciante che ammonisce il ragazzino e gli regala delle caramelle: un momento altissimo in cui viene fuori la straordinaria sensibilità del regista.

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Procedendo per inquadrature semplici e immerse nel tempo interiore dei sentimenti, Kore’eda formalizza il suo cinema pieno di grazia, moralmente etico, dominato da uno sguardo irrimediabilmente puro e che pur tuttavia qui svela una sfiducia irreversibile nei confronti di una società ostile alle regole del cuore. In questo senso è nella seconda parte che il film monta una commozione che confina non di rado con l’indignazione.

E ciò avviene perché – attenzione – senza mai solleticare l’indulgenza nei confronti degli atti irregolari dei personaggi, non si riesce mai a non provare un’empatia colossale: amiamo questa famiglia quando la vediamo dall’alto, illudendoci noi stessi di essere i fuochi d’artificio che cercano di scrutare tra i tetti, quando sotto gli occhi della nonna (la magnifica Kirin Kiki, già in Ritratto di famiglia con tempesta) saltano sul bagnasciuga per evitare le onde, perfino quando mostrano un certo cinismo.

Non facendone dei santini (il gioco d’azzardo, la pretesa economica, i furti, l’amoralità sessuale…) ma sottolineandone l’ancoraggio all’inadeguatezza nel non poter essere come tutti, Kore’eda si conferma imprescindibile maestro umanista, che non evita il male ma lo lascia fuori campo, preferendo altresì un percorso di redenzione che conduca i suoi antieroi ad una pace interiore forse irraggiungibile. Una corsa a perdifiato, due cicatrici gemelle, uno sguardo verso il mare: che film.

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