Recensione: Mamma Mia! Ci risiamo

MAMMA MIA! CI RISIAMO (MAMMIA MIA! HERE WE GO AGAIN, U.S.A., 2018) di Ol Parker, con Amanda Seyfried, Lily James, Jessica Keenan Wynn, Alexa Daviers, Christine Baranski, Julie Walters, Pierce Brosnan, Jeremy Irvine, Colin Firth, Hugh Skinner, Stellan Skarsgard, Josh Dylan, Dominic Cooper, Andy Garcia, Cher, Meryl Streep. Musical. *

Difficile giustificare il sequel di Mammia Mia! se non nei termini di un’operazione commerciale dichiaratamente furba e acchiappasoldi, soprattutto sleale nel promettere qualcosa che non è. Ciò che viene venduto come il secondo capitolo di un grosso successo, forse l’unico musical degli anni zero – prima di La La Land – ad essere entrato nell’immaginario, è in realtà un pasticcio anzitutto da un punto di vista statutario.

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Per un 33% è un sequel, in cui la figlia di Donna, che piange la mamma morta da un anno, si appresta ad inaugurare l’hotel al posto del vecchio b&b; per un 33% è un prequel, che riscopre il passato di Donna, neolaureata inglese che nell’arco di ventiquattro ore, fa sesso con tre ragazzi tra Parigi e la Grecia, dove poi si stabilisce; per un 33% è un reboot, perché si ripropongono alcuni numeri musicali già presenti nel primo film con gli stessi personaggi benché ringiovaniti; per un 1% è una cosa nuova con altre canzoni degli ABBA.

Se Mamma Mia! era un intrattenimento che garantiva un certo piacere della visione, col suo concentrato di kitsch e camp abbastanza edulcorato dal pop per essere accolto da un pubblico eterogeneo, Ci risiamo (che traduce letteralmente il secondo verso della canzone: «Here We Go Again») ripropone stancamente il modello, senza alcuna fantasia che dissimula un po’ la sua truffaldina spudoratezza.

I giovani s’impegnano ma sono onestamente poco convincenti (specialmente i maschietti, belli quanto impacciati), gli adulti appaiono qua e là per assicurare il legame col passato (hanno più spazio le ottime Christine Baranski e Julie Walters), Amanda Seyfried ha il carisma di un pesce lesso e il film-juke box alla lunga è clamorosamente irritante e nemmeno recuperabile in un’ipoetetica versione sing-a-long.

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Sì, Meryl Streep compare appena due minuti verso la fine, quando, da un universo lontano lontano e fuori dal tempo, spunta Cher, sacerdotessa dello showbiz che si presta ad incarnare un’incredibile nonna che sfida le leggi della fisica, dall’anagrafe indecifrabile, assurdamente coinvolta sentimentalmente in un’epoca indefinibile con Andy Garcia, che si chiama Fernando solo per giustificare un altro numero musicale. Anche il finale appartiene a lei, in grande spolvero.

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