Recensione: Girl

GIRL (Belgio, 2018) di Lukas Dhont, con Victor Polster, Ariel Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaertes, Katelijne Damen. Drammatico. ** ½

C’è un aspetto poco osservato nella ricezione di Girl. Lukas Dhont, regista esordiente, ha ventisette anni. Secondo molti, in virtù della sua età può essere ancora considerato adolescente. Tardo, tardissimo. Post-adolescente, d’accordo. Ma non ancora adulto. La sua protagonista ne ha quindici, della vita non sa niente se non un passato probabilmente doloroso e di essere nata in un corpo che non le appartiene.

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L’autenticità – da tutti sottolineata – che il sensazionale Victor Polster trasmette attraverso e dentro Lara deve, forse, più di qualcosa all’empatia con cui Dhont racconta l’avventura del suo corpo. Al di là di tutto, infatti, si tratta di un coming of age che, per quanto accordato alla grossa questione del cambio di genere, segue sì uno schema consolidato ma con una veridicità data dalla vicinanza anagrafica che ne fa il principale punto di forza.

Autenticità, empatia, veridicità. La clamorosa performance di Polster, davvero inconsueta per sensibilità e misura, veicola queste percezioni nel contesto di un’adolescenza uguale a mille altre. Emergono, così, il bisogno – tipico di quell’età – di bruciare le tappe, il disagio di non corrispondere al proprio ideale, l’incapacità di relazionarsi serenamente col mondo adulto che si preoccupa per lei.

La mamma non c’è, ma il padre è la quintessenza della comprensione, presente nel percorso clinico ed attento alla dimensione psicologica, esponente fondamentale di un mondo che accoglie Lara con progressismo ed intelligenza del cuore. A mancare è l’adesione umana dei coetanei: quando non tacciono ed osservano indiscreti, manifestano il cinismo dell’età acerba. Oppure l’ardimento erotico, ma è troppo presto.

Girl si prende i suoi tempi, che sono quelli della danza, con la fatica dell’apprendimento e la richiesta di un impegno costante e paziente. Ma anche con le sue prove per dimostrare agli altri di essere all’altezza del modello prefissato. Mentre Lara, che si trova al principio della transizione (l’intervento non è vicino), deve conciliare lo studio con le possibilità del suo corpo, è proprio il suo corpo a chiederle di prendersi i suoi tempi: arrossendo per la brutalità del nastro adesivo, reagendo alla scarnificazione del fisco, rinviando la scoperta dell’altro corpo.

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Lasciando fuori il classico scontro col mondo ostile, che è invece qui tutto sommato ben disposto, Dhont mette al centro il conflitto di Lara. Quasi una soggettiva che si esprime come la cronaca di una frattura nella ritualità. Non trova sempre il giusto ritmo e sceglie una parte finale logica nella sua violenza eppure un po’ troppo facile e calcolata – soprattutto nella regia qui davvero sensazionalistica – per accordarsi a quelle belle suggestioni prima evocate. Ma, insomma, a parte tutto, il film c’è.

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