Recensione: L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE (THE MAN WHO KILLED DON QUIXOTE, G.B.-Spagna-Francia-Portogallo-Belgio, 2018) di Terry Gilliam, con Adam Driver, Jonathan Pryce, Jaona Ribeiro, Stellan Skarsgard, Olga Kurylengo, Jordi Molla, Sergi López, Rossy De Palma. Avventura commedia fantastico. ***

Nessuno mi leva dalla testa che L’uomo che uccise Don Chisciotte faccia parte di quell’universo di film dominati e posseduti dalla coscienza della fine. Dove per fine s’intende considerare il cinema dunque il mondo. Sarà per quell’incipit così platealmente demistificatorio, un set che rivela tutti i suoi artifizi come l’apparenza de, metacinema impone, le riprese di un film che non sanno da che parte andare e, come Don Chisciotte, sembrano combattere con i mulini a vento.

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L’annuncio – la conferma – di una poetica che non sarebbe dispiaciuta a Federico Fellini, con quella scenografia che stilizza i segni del sogno fattosi messinscena carnevalesca, intervista col vampiro, e poi i pupazzi di cartapesta o vetroresina che evocano un apparato di simboli caro al Marco Ferreri espatriato e poi alla ricerca del segreto nel nitrato d’argento… Un regista che si autodenuncia danzando su se stesso, riplasmando la propria crisi, flirtando col disastro.

Fine del cinema ovvero fine del mondo. Messa in discussione dello statuto della finzione, svelamento della problematicità di immagini mai capaci di comunicare il senso della verità, giro a vuoto tra i due o più piani della narrazione per capire dove risieda il mistero di un’ossessione. Terry Gilliam piroetta nel sistema di riflessioni, sensazioni, tormenti, disperazioni, confusioni che in passato toccò Fellini stesso, Billy Wilder (Fedora), Vincente Minnelli (Nina), Elia Kazan (Gli ultimi fuochi), Blake Edwards (S.O.B.) fino all’ultimo Orson Welles (The Other Side of The Wind).

Proprio con quest’ultimo, ritrovato, estremo capolavoro condivide la catabasi autobiografica in un trip lisergico che annulla e rinnega i già labili confini tra realtà e finzione. In Don Chisciotte – peraltro ossessione wellesiana – Gilliam proietta tutto il titanismo fragile di un autore da venticinque anni desideroso di realizzare l’opera sognata, ingigantita nei lustri dalla sua impossibile rappresentazione sul grande schermo.

Non solo, ma vi individua una vertigine perturbante quando, con pochi elementi, racconta la trasformazione di un calzolaio reso attore per un rigurgito neorealista del giovane filmaker indie(-pendente) e dunque creatosi personaggio più per il bisogno di essere parte e veicolo di una storia che forse per un effettivo quanto banale delirio d’onnipotenza. Don Chisciotte c’est moi, chiaro, come si evince dal finale a staffetta atteso dal principio: uccidere il padre, diventare il padre.

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Nel gioco di specchi deformanti in cui danza Gilliam, la volontà di non aderire ai moduli del realismo si declina in una narrazione apparentemente a scatole cinesi che sembra una visione nella visione. Più dell’allucinazione conta l’emozione di rincorrere la possibilità di immagini e figure tanto aderenti al testo originale quanto mischiate con una realtà allusiva e semplificata: c’è del metodo, insomma, nella follia.

Che follia in fondo non è, perché si tratta pur sempre di un lavoro pensato e ripensato, montato e smontato, scritto e distrutto, nel quale la coscienza di non venirne a capo vale il piacere di seguire qualcosa di squinternato eppure studiatissimo. Prima di essere un film (nel film; su un libro; nel libro; attraverso il mito), è un’impresa errante, una chimera, un’utopia, uno struggente fallimento dove non tutto torna, niente è davvero a suo posto, eppure dal fascino irresistibile.

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