Italia ’50s – 13 | La valigia dei sogni | Luigi Comencini (1953)

Risultati immagini per la valigia dei sogniNello stesso anno del trionfo nazionalpopolare di Pane, amore e fantasia, Luigi Comencini girò un film più piccolo, meno appariscente, modernissimo, davvero prezioso. Mentre, secondo alcuni, su copione di Ettore M. Margadonna, chiudeva l’esperienza neorealista ipotizzando la nascita della commedia di costume in contesto strapaesano, con La valigia dei sogni mise in campo un’idea di cinema fino ad allora del tutto sconosciuta.

Assieme ad altri, tra cui il fratello Gianni, Comencini fondò la Cineteca Italiana di Milano, primo ente nazionale dedicato alla conservazione delle pellicole, nato soprattutto per salvarle dal macero al quale erano destinate per motivi economici, pratici e culturali: come si vede nella scena del museo, non si era ancora imposta l’idea che anche il cinema potesse essere una forma d’arte.

All’atto pionieristico dell’operatore culturale Comencini corrisponde un gesto artistico del cineasta ancor’oggi imprescindibile sia per capire un panorama storico in cui un archivista di pellicole era considerato un bizzarro feticista un po’ fuori di testa sia per godere di una raffinata ed intelligente operazione di montaggio, che attraverso il film si pone anche come occasione per mitizzare la memoria di un tempo perduto.

Per quanto a ridosso della guerra – come si evince da una grigia Milano quasi spettrale, ribaltata concettualmente due anni dopo da Lo svitato di Carlo Lizzani, in cui l’industriosa città in fieri si reinventa set comico pieno di potenziali gags – siamo già, comunque, in un’epoca che generalmente non mette più in conto la dismissione di un film. Un film può perdersi, degradarsi, essere dimenticato: ma non ucciso.

Per sottolineare questo pensiero, Comencini richiama Umberto Melnati: l’anziano divo del muto interpreta un suo avatar, Ettore, un ex attore con la missione di raccogliere e salvare i frammenti dei silent movie, che poi monta in centoni tematici e proietta in spettacoli privati. In assenza di colonna sonora, la voce del vecchio attore accompagna le proiezioni, continuando così la propria professione… ma usando l’unico elemento che prima non utilizzava!

Mentre Norma Swanson prepara il suo ritorno nonostante il cinema sia diventato troppo piccolo, Ettore fa un passo avanti, immaginando nuove strategie per ripensare un cinema smembrato e perduto facendolo rivivere su grandi schermi improvvisati, domestici. Non solo mette in campo l’ipotesi della cinefilia che verrà, ma si pone addirittura come esploratore degli archivi componendo miscellanee non dissimili dalla pratica del found foutage.

Al contempo, è un personaggio che sperimenta gli errori della futura cinefilia da cineclub: quando il pubblico giovane ride spietato allo stile recitativo del muto, Comencini non sta mettendo in scena il disincanto nei confronti della sua villana generazione. Sta piuttosto avvertendo sui rischi della somministrazione di questo cinema senza una guida che prepari spettatori giustamente lontani da quel mondo.

Melnati finisce così per assumere una funzione polivalente: non solo un vero attore che interpreta una sua copia conforme, non solo un cinefilo d’avanguardia che codifica il ruolo del conservatore e del cinetecaro, ma anche un testimone del passato che si reinventa saggista a partire dalla propria autobiografia. Trova una sponda nell’ex partner Helena Makowska, che recita un’ipotesi di se stessa conservando il proprio nome.

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I due si ritrovano nella triste proiezione mondana in cui l’ex diva è ospite d’onore e, segretamente, zimbello dei salottieri che prendono in giro le moine di Francesca Bertini, Lyda Borelli e di lei stessa: struggenti gli sguardi sconfortati di un’attrice che ha sempre recitato con la mimica facciale e si ritrova nel cinema sonoro icona mortificata dal nuovo gusto; e struggente è pure il commento di Melnati, più avvilito che furibondo.

Benché sia, fondamentalmente, un montaggio di vecchi frammenti – che di per sé valgono la visione: specialmente all’epoca, quando questi spezzoni erano invisibili – quasi vicino al documentario, è nei raccordi che La valigia dei sogni trova la sua dimensione più intima e sublime: un gioco metalinguistico sul doppio e un’ode nostalgica ma vitalissima, che trova un’immagine meravigliosa nel finale, con Melnati gioiosamente immerso nelle pellicole da salvare.

LA VALIGIA DEI SOGNI (Italia, 1953) di Luigi Comencini, con Umberto Melnati, Maria Pia Casilio, Helena Makowska, Roberto Risso, Ludmilla Dudarova, Pietro De Vico. Commedia. ***

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