Italia ’50s – 15 | Amici per la pelle | Franco Rossi (1955)

Curioso il percorso di Franco Rossi, regista fiorentino dalla gavetta molto coerente con la sua generazione (radio, set, teatro) giunto al cinema col dimenticato crime I falsari, interpretato dai decaduti divi di regime Fosco Giachetti e Doris Duranti – e poi autore di film assai diversi tra loro: la nascita di un divo e di un genere (Il seduttore), il dramma giovanile di periferia (Morte di un amico), il mondo movie intellettuale (Odissea nuda), l’affresco fascista (Giovinezza, giovinezza).

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Interessante anche nei frammenti della commedia all’italiana ad episodi tipica degli anni sessanta (l’audace Cocaina di domenica in Controsesso, il pungente Il complesso della schiava nubiana), continuò fino al decennio successivo con commedie cucite addosso ai divi del momento, raggiungendo esiti lodevoli come nel cado di Porgi l’altra guancia o comunque premiati da un buon successo di cassetta (L’altra metà del cielo).

Tuttavia, la sua vera consacrazione avvenne con Oddisea, epocale serial Rai che rifonda e ripensa in senso cinematografico lo sceneggiato. Seguirono altre magniloquenti operazioni analoghe: Eneide, Quo vadis?, Un bambino di nome Gesù. Proprio quest’ultimo ci aiuta a indagare la sua dimensione intimista, presente anche nel tardo biopic dedicato a Sandro Pertini, nel pratoliniano Lo scialo e nel formativo Storia d’amore e d’amicizia.

A questo filone s’aggancia Amici per la pelle, quarto film per il grande schermo che dimostra quanto questo regista sia tuttora poco studiato e ricordato, troppo minimalista, discreto, medio, sentimentale e soprattutto eccentrico per essere accolto in un filone o nel solco di altri colleghi. A prima vista lo si potrebbe associare al magistero di Vittorio De Sica, magari anche a Luigi Comencini, ma c’è altrove una sensualità sconosciuta al maestro lombardo ma non a Mauro Bolognini. Ma sono legami fragili che scontano la poca attenzione rivolta al regista.

Prendiamo questo film, controllato e misurato eppure non privo di un’ambizione che lo rende oggetto esportabile e internazionale. È il garbato racconto di un’amicizia adolescenziale tra due compagni di classe, l’uno pettinato rampollo di un diplomatico nonché triste orfano di mamma e l’altro figlio guascone di una coppia impegnata nel settore della ceramica (oggi diremmo bo-bo: borghesi bohémien).

Richiamando il futuro sceneggiato di Rossi, è letteralmente una storia d’amore e d’amicizia: la cronaca di un affetto tra due fratelli elettivi come solo in quell’età si può a pensare all’affetto amicale, calibrata sull’epica delle piccole cose tra ambienti domestici e miti lontani (Ingrid Bergman è l’ideale di bellezza), spazi di aggregazione e una Roma da scoprire, sui momenti apparentemente poco importanti che invece incidono sulle giovani vite con forza dirompente.

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Amici per la pelle narra, mettendosi al livello dei suoi protagonisti senza spocchia né freddezza, un’amicizia che, malgrado si sviluppi in un tempo limitato, si pone già come componente fondamentale del racconto di formazione, non sfuggendo alla fase di crisi potenzialmente deleteria che si attraversa quando subentrano la rivalità, l’invidia, il cinismo, il disvelamento dei segreti confidati in nome del rapporto esclusivo.

La sensibilità di Rossi si mette, infatti, al servizio di un melodramma pudico quanto crudele, magnifico nel finale che indovina nel luogo da dove partono o arrivano mezzi di trasporto (in questo caso l’aeroporto) lo spazio immolato ai tormenti dei cuori dilaniati. Che bravi i due attori bambini: Geronimo Meyner ha lavorato per un decennio, Andrea Sciré era il figlio del principe Borghese, il golpista fascista, e si fermò qui.

AMICI PER LA PELLE (Italia, 1955) di Franco Rossi, con Geronimo Meynier, Andrea Sciré, Vera Carmi, Luigi Tosi, Carlo Tamberlani, Paolo Ferrara, Marcella Rovena. Sentimentale. ***

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