Recensione: L’albero dei frutti selvatici

L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI (AHLAT AGACI, Turchia-Francia-Macedonia-Germania-Bosnia ed Erzegovina-Bulgaria-Svezia, 2018) di Nuri Bilge Ceylan, con Dogu Demirkol, Muract Cemcir, Bennu Yildirimlar, Asena Keskinci, Tamer Levant, Ozay Fecht. Drammatico. ****

Sinan ha venti e qualcosa anni, torna a casa dopo la laurea in Scienze della formazione, ha una famiglia con qualche problema economico, sta scrivendo un libro, ritrova la ragazza un tempo amata, osserva i destini dei suoi coetanei, cerca di passare il concorso pubblico… No, fermiamoci. In una delle lunghe, logorroiche, riflessive sequenze de L’albero dei frutti selvatici, Sinan entra in una libreria e vi trova un famoso scrittore locale.

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Si siede al suo tavolo, lo interroga senza arrivare al dunque, girando attorno al cuore della questione un po’ per provocarlo e un po’ per ragionarci insieme ad alta voce, conduce progressivamente l’interlocutore all’insofferenza. Fuori piove, una ragazza appare; stacco, poi lei scompare. Escono, il ragazzo pedina lo scrittore, lo obbliga ad un’estrema reazione esasperata ed esasperante. Stacco, mentre un uomo pesca, fa cadere in mare il pezzo di una statua fragile, quindi scappa verso il cavallo di Troia.

È un frammento, uno dei tanti che possiamo isolare e considerare per il suo valore aneddotico pur con sapendo di doverlo leggere all’interno di quel puzzle più organico e complesso che è questo fluviale palinsesto di romanzo lungo centottantotto minuti. Che è come il libro che Sinan sta scrivendo: uno di quei libri dalla trama impossibile da riassumere, magari una collezione di saggi e racconti nella forma del metaromanzo con gli strumenti dell’autofiction…

Ma in realtà, al di là delle etichette appiccicate dallo stesso autore al suo testo, non sappiamo davvero come sia il libro di Sinan. Sappiamo che si chiama Il pero selvatico, sappiamo che non l’ha letto nessuno (o forse no), sappiamo che è un’opera che vive anzitutto nella sua mente, come se il testo stampato sia solo la dimostrazione di quella che Raffaele La Capria ha appena chiamato il fallimento della consapevolezza (è il titolo del suo ultimo volume).

Non cito a caso il grande scrittore napoletano. L’albero citato nel titolo del libro – nonché in quello originale del film – è ciò che unisce i protagonisti maschili del film, il simbolo di un orizzonte naturale, l’elemento che determina la loro geografia culturale e personale. È l’emblema della consapevolezza di essere dei feriti a morte, dei fregati dalla vita che si ritrovano a sopravvivere non solo nel luogo ove hanno le radici, ma che è anche quello da cui non riusciranno mai a distaccarsi, producendo frutti deformi ma dal sapore singolare.

Il nonno che continua ad esercitare come imam malgrado gli acciacchi dell’età per il bisogno di sentirsi utile alla comunità, il padre insegnante che accompagna tutta la famiglia nella sua decadenza legata alla ludopatia, il figlio desideroso di non abbandonarsi alla rassegnazione eppure predestinato ad essa: tre generazioni che si rispecchiano l’una nell’altra senza il bisogno di dirselo, e quando se lo ammettono devono fare i conti con le conseguenze dei caratteri ereditari.

È difficile non individuare qualcosa di strenuamente universale nel disagio devastante di coloro che hanno introiettato il vero concetto di nostalgia. Il dolore del ritorno, che trova immagini di grande potenza allegorica nel mare che s’infrange al molo, nelle nubi che chiudono il cielo lasciando uno spiraglio di azzurro, nelle ultime foglie della bella stagione che proteggono i corpi prima dell’inverno del nostro scontento, nella neve che cade dove l’acqua non si trova.

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Eppure sarebbe riduttivo limitarsi ad una serie di immagini emblematiche, perché in realtà la regia di Ceylan presta attenzione al contesto non per cercare parallelismi ma per definire le perpendicolarità di chi abita ed attraversa quei contesti. C’è perfino una splendida rozzezza registica (piani sequenza, zoom improvvisi sui volti, stacchi di montaggio un po’ raffazzonati) che trova la quadra dell’armonia in alternanza ad imprevisti attimi di bagliore (il bacio dall’alto, i campi lunghi urbani, una porta socchiusa, gli occhi smarriti di un cane, il nonno seduto sul letto).

Programmaticamente inesauribile, contraddistinto da una bulimia teorica, saggistica, narrativa che è necessità di provare a fare pace con l’idea che la verità sia solo un’interpretazione, anche nei suoi aspetti meno indovinati (il dialogo sulla religione tra gli imam) e non solo in quelli più felici (l’incontro con la già amata), L’albero dei frutti selvatici è un trattato teatrale sul segreto dell’affabulazione, una meditazione elegiaca sulla provincia che ti strazia il cuore al crocevia del dolore.

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