Italia ’50s – 16 | Stazione Termini | Vittorio De Sica (1953)

Se esiste come esiste la categoria del “capolavoro mancato”, allora ogni film potrebbe essere un capolavoro. Non fa eccezione Stazione Termini, che in realtà è fondamentalmente un “film mancato”. Sventato il coinvolgimento di Cary Grant per il ruolo principale di Ladri di biciclette, un Vittorio De Sica, deluso dalla scarsa accoglienza del capolavoro Umberto D. e desideroso di lavorare con un impianto produttivo serio e affidabile, accettò l’avventura americana.

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Restando in Italia. Ecco il genio: usare i capitali stranieri di produttori affascinati dalla formula neorealista per continuare il discorso adattandolo alle esigenze dello star system americano. Mica facile, e infatti qualcosa è andato storto. Anzi, forse è andato tutto storto. Ne è venuto fuori il (primo) film più impersonale di De Sica, un oggetto indefinibile, massacrato da David O. Selznick che l’aveva pensato come veicolo per la moglie Jennifer Jones.

Dove sta il neorealismo? Nell’idea che il luogo titolare sia effettivamente quello, concesso alle riprese negli orari notturni e quindi privo del via vai umano che ne avrebbe esaltato la dimensione documentaristica, l’adesione ad una realtà che si muove mentre il cinema si preoccupa di narrare una storia. Un po’ pochino, ma d’altronde l’intento non era esplicitamente neorealista.

Paradossalmente è il film che, dopo circa un decennio, permette a De Sica di affermarsi come regista svincolato dal suo movimento, perfino preparatorio al trionfo di L’oro di Napoli. Tuttavia, Stazione Termini è quel tipo di lavoro in cui si ha la sensazione che il regista stia consapevolmente flirtando col disastro, così cosciente del fatto che nulla stia andando come previsto da non poter non continuare.

Cover del classico Breve incontro, si tratta di un cavallo di battaglia per le attrici. Se ne ricorderà Sophia Loren, protagonista di un tardo remake, ma è proprio lo schema ad essere stato nei decenni riciclato, ripensato, sublimato fino all’epocale I ponti di Madison County. Diva che stava già centellinando la sua presenza sul grande schermo prima del ritorno di popolarità di L’amore è una cosa meravigliosa, la Jones recita come se stesse alle prese con il ruolo della vita.

Una prova di estrema professionalità ma che al contempo non sembra accordarsi bene alla leggerezza del regista, addirittura più a suo agio con il tormentato Montgomery Clift, talmente dentro il Metodo da capire ben presto quali misure prendere con un universo caotico e disincantato come quello italiano. Così la sua recitazione finisce per reggere meglio la dimensione melodrammatica di un film d’amore invero più attento a lui che a lei…

Se ne accorse Selznick, che montò per il mercato americano una versione più focalizzata sulla moglie, intitolata Indiscretion of an American Wife. Nel frattempo, la Jones si era innamorata di Clift, salvo poi dannarsi quando scoprì che l’attore batteva ad altri portoni: la chimica fra i due risente molto di questa tensione, una non-corrispondenza reale che al cinema diventa quintessenza del supplizio sentimentale.

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Il problema è che Stazione Termini non è tanto il suo convenzionale o banale quanto l’assenza di un baricentro, squilibrato tra inquadrature volte ad esaltare l’immagine divistica dei due eroi romantici e bozzetti messi lì un po’ per allungare il brodo e un po’ per rinsaldare il legame con la realtà popolaresca cara a De Sica (il misticismo cattolico…). Sembra quasi che, rinchiuso nella stazione, non sappia sottolineare la claustrofobia narrativa ma l’asfissia di uno sguardo a disagio con un prodotto così sbagliato.

STAZIONE TERMINI (Italia-U.S.A., 1953) di Vittorio De Sica, con Jennifer Jones, Montgomery Clift, Gino Cervi, Paolo Stoppa, Richard Beymer, Nando Bruno, Enrico Glori, Maria Pia Casilio, Memmo Carotenuto, Gigi Reder. Mélo. **

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