un altro sessantotto – 1 | Faustina | Luigi Magni (1968)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

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Nell’orgia celebrativa del cinquantennale sessantottino, credo che nessuno abbia ricordato il film con cui Luigi Magni esordì alla regia. Approdato dietro la macchina da presa dopo un importante tirocinio come sceneggiatore, proprio per evitare la frustrazione di non vedere sul grande schermo quanto da lui pensato sulla pagina scritta, Magni realizza l’unico suo film contemporaneo assieme a La via dei babbuini.

Ed è curioso che un autore dall’universo così riconoscibile, ancorato alla rievocazione critico-satirica del passato romano con il disincanto spirito polemico di un Pasquino sopravvissuto a papi re, monarchi felloni, sciagurati dittatori e politici mediocri, abbia voluto debuttare dietro la macchina da presa con una contrastata storia d’amore interraziale in una Roma esclusa dal benessere economico ma non immune ai cambiamenti di costume.

In realtà, dentro Faustina c’è già il palinsesto di tutto il cinema di Magni: il conflitto tra i prepotenti e i puri di cuore; la vita popolare nettamente distaccata da quella dei potenti – qui peraltro totalmente assenti, perciò determinanti per capire l’isolamento di questo (sotto)proletariato; la musicalità di una lingua avulsa dal realismo che risente dell’attenzione alla metrica dei sonetti romaneschi e già sperimentata nell’esperienza teatrale di Rugantino.

E soprattutto la coscienza del passato di Roma. Anche se la storia è contemporanea, l’adesione ai luoghi delle rovine del Foro Romano suggerisce un’atmosfera fuori dal tempo: l’archeologia della città eterna comunica con lo schema di un triangolo altrettanto antico, l’abusivismo dei borgatari nei ruderi rimarca l’indolente disprezzo verso i segni di una gloria remota, come lo trasmette d’altronde il mestiere del marito di Faustina (ruba nelle tombe etrusche a Cerveteri e Tarquinia).

In più, Magni adopera al meglio il corpo unico dell’esordiente Vonetta McGee: mulatta perché concepita dalla mamma con uno dei soldati americani arrivati durante la guerra, attraverso la sua carnagione porta in quel mondo le tracce della rivoluzione, facendosi immagine di un femminismo di preciso impatto popolare.

Quando riesce a reagire alle violenze del marito manesco (il grande Renzo Montagnani), si vendica seguendo il metodo del coniuge, restituendo pane al pane e vino al vino; nello scontare l’ingiusta pena che le viene giustamente inflitta, prepara in realtà il finale della vendetta contro il maschio prevaricatore.

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Più celebre e celebrata per il ruolo ne Il grande silenzio, la McGee (doppiata da Vittoria Febbi) s’impone qui come figura aliena eppure radicatissima, iconograficamente in grado di esprimere un radicale sovvertimento culturale (sono gli anni in cui la commedia all’italiana scopre le scandinave e le orientali) ma aderente all’humus della sua città tanto da essere in linea con gli archetipi delle sapienti e scafate donne del popolo, così fiere e forti da dominare con amore l’amato (Enzo Cerusico, infatti, le sta dietro).

FAUSTINA (Italia, 1968) di Luigi Magni, con Vonetta McGee, Renzo Montagnani, Enzo Cerusico, Ernesto Colli, Valentino Macchi, Clara Bindi, Ottavia Piccolo. Commedia. ***

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