Italia ’50s – 18 | Proibito | Mario Monicelli (1954)

Senza troppi mezzi termini, Suso Cecchi D’Amico lo definì «un film senza senso». Collaboratrice storica di Mario Monicelli, la sceneggiatrice ha attraversato con lui mezzo secolo di cinema, tra capolavori conclamati più oggi che ieri ed operazioni forse un po’ azzardate. Ma è difficile trovare nel loro percorso comune qualcosa di più strano, bizzarro, assurdo di questo dimenticato adattamento de La madre di Grazia Deledda.

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Il primo lavoro ufficialmente in solitaria di Monicelli dopo la separazione da Steno – ma in realtà aveva già diretto Le infedeli senza il sodale, nonostante i crediti in coppia – è schiacciato tra la scandalosa vicenda censoria di Totò e Carolina e l’incipiente commedia all’italiana di Un eroe dei nostri tempi, nel solco della prima ondata della Hollywood sul Tevere successiva al magniloquente Quo vadis?: poiché i talenti italiani non erano andati oltreoceano, gli americani sbarcarono a Roma.

È la stagione di Ulisse e Guerra e pace e dell’ascesa di Dino De Laurentiis, ma Proibito è prodotto da Gianni Hecht Lucari e non ci sono Kirk Douglas o Audrey Hepburn ma il di lei marito, il più modesto Mel Ferrer. Il cattivo ricordo di Monicelli e Cecchi D’Amico è legato essenzialmente a lui, convinto di poter dettar legge sul set e deciso a mettere in discussione il ruolo del prete sardo.

Già ci vuole un certo sforzo per prendere per buona l’idea che il poco carismatico attore possa essere credibile come sacerdote, ma francamente è un po’ troppo accettare questo epigono di Bing Crosby che si erge statuario tra i bambini disagiati nel campetto che verrà, infrange i cuori della ragazza senza mai riporre in lei un sentimento collimante con l’attrazione, cerca di far da paciere nella faida tra le due famiglie del paese.

L’ostilità di Monicelli verso Ferrer si percepisce chiaramente quando nello scontro tra i due capifamiglia si misura con una potente suggestione western (già annunciata dall’arrivo del treno) che gli permette di mettersi accanto al Pietro Germi di In nome della legge. I grandi spazi, i cavalli, la terra arida, l’odio viscerale, il ritmo dato dal commento di Brahms ripensato da Nino Rota garantiscono a Proibito di inserirsi per qualche momento in un territorio quasi vergine per il cinema italiano.

Aldo Tonti provvede ad esaltare i colori roventi di passioni brucianti che cavalcano in un luogo dominato da tensioni ancestrali, fermo nel tempo e sperduto nel nulla, dialogando con le atmosfere del coevo Maddalena di Augusto Genina, altro infiammato (ma molto di più) racconto popolare escluso dalla narrazione del dopoguerra e da inserire in un certo formalismo classico.

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Con Proibito, Monicelli intende soprattutto dimostrare di essere un regista in grado di gestire una complessa coproduzione (l’unico isolano è Amedeo Nazzari, che può finalmente parlare in libertà con la sua cadenza; Henri Vilbert e Germaine Kerjean sono in quota francese; il cosmopolita Eduardo Ciannelli è sacrificato nel ruolo del vescovo) e misurarsi col realismo di una terra aspra e lacerata, omertosa e lontana dal continente, dove solo Dio può azzardare un’ipotesi di pace.

Nel frattempo, indovina con acume il ritrattino della donna innamorata del prete e divorata dal conflitto, interpretata dalla debuttante Lea Massari, purtroppo doppiata ma già folgorante per austerità e sensualità. Trascurato nella sua memorabile filmografia, Proibito rappresenta comunque per Monicelli un lavoro tanto interlocutorio quanto necessario per mostrarsi regista di grande respiro internazionale.

PROIBITO (Italia-Francia, 1954) di Mario Monicelli, con Mel Ferrer, Amedeo Nazzari, Lea Massari, Henri Vilbert, Germanine Kerjean, Eduardo Ciannelli, Marco Guglielmi, Mimmo Palmara, Orazio Costa, Paolo Ferrara. Drammatico. ** ½

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