America 80 – 6 | Chi ha incastrato Roger Rabbit | Robert Zemeckis (1988)

Dovessimo individuare un vero esploratore delle frontiere del corpo nel cinema americano, non avrei dubbi nell’indicare Robert Zemeckis. Nel suo cinema sempre teso verso l’esercizio dello stupore, dove Forrest Gump può interagire con le icone risorte per ripensare la storia già scritta e il viaggio nel tempo dissolve le consistenze corporee (Ritorno al futuro), anche l’umanismo è oggetto di studio (Cast Away) e il divismo è materiale per giocare con i generi (All’inseguimento della pietra verde, Contact, Allied).

E così gli esseri umani possono essere dissezionati e trasformati (La morte ti fa bella), messi alla prova fisicamente e moralmente (Flight, The Walk) e perfino diventare animazioni (Polar Express, La leggenda di Beowulf, A Christmas Carol). Chi ha incastrato Roger Rabbit è, in questo senso, l’apoteosi di una poetica in cui cadono tutte le barriere tra realtà e fantasia: più che creare un mondo-altro, legge quello reale con la disinvolta capacità di ragionare in parallelo.

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Non a caso siamo ad Hollywood: d’accordo, la fabbrica dei sogni – o degli incubi – ma soprattutto un’industria fatta di uomini, quindi una città abitata, un luogo tangibile, dentro cui i cartoni animati si muovono sì alla pari dei colleghi divi ma senza mai occupare posizioni apicali, come se fossero, tutto sommato, schiavi del sistema.

Basandosi su un romanzo di Gary Wolf, Zemeckis – sotto l’egida di Steven Spielberg – intuisce bene che è nel contesto storico la chiave per definire lo stile del film: essendo nel 1947, la scelta del noir ha qualcosa di geniale, perché riesce ad intercettare gli umori cupi del dopoguerra con la malinconia inesorabile dell’investigatore privato (e Bob Hoskins riecheggia Humphrey Bogart col fisico di un Edward G. Robinson), nonché a coinvolgere anche il pubblico più adulto nonostante la superficiale convinzione che i cartoon siano cose per bambini.

La storia verte sull’incarico, affidato a Eddie Valiant, di pedinare Jessica, la moglie mozzafiato di un coniglio in crisi, la star Roger Rabbit. Quando il presunto amante di lei, l’anziano proprietario di alcuni terreni che fanno gola ai produttori, viene ucciso, tutti i sospetti cadono sul marito, che a sua volta chiede aiuto al detective, mentre lo spregevole giudice Morton (pazzesco Christopher Lloyd) vuole condannarlo a morte nella salamoia (trementina, acetone e benzina).

Non proprio una storia per bambini, insomma, che peraltro ricicla alcuni elementi del secondo sequel di Chinatown, mai realizzato per il fiasco del primo, e prevedeva in origine un finale tragico. Com’è, come non è: il film non è solo un capolavoro ma anche un caposaldo per il rivoluzionario livello tecnico raggiunto, una straordinaria armonia tra cartoon ed umani, con questi ultimi impegnati in una recitazione che progressivamente tende a simulare quella dei primi.

Si veda lo spettacolare finale ad alta tensione in cui, accanto al memorabile colpo di scena, lo stesso Hoskins finisce per fare pace con i suoi fantasmi (ovvero disegni che prendono vita, scarabocchi che l’hanno tolta ad un uomo…) inscenando un numero di Roger, che da par suo è un animale assurdamente sposato ad una bomba sexy, così conturbante da risultare iperrealistica (in originale la voce è di Kathleen Turner).

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Malgrado la coppia sia stata inventata per l’occasione, con Roger chiaramente ispirato a Bugs Bunny, attorno a loro c’è un plotone di personaggi a rinsaldare il legame nostalgico con l’eterno passato di qualunque pubblico: appaiono, tra gli altri, i disneyani Dumbo, Topolino, Paperino, Pippo, Pinocchio, Josè Carioca, Duffy Duck, Silvestro, Titti & co. in quota Warner Bros., e poi Picchiarello, Droopy, Felix, fino a Betty Boop struggente cameriera decaduta («C’è poco lavoro da quando i cartoni animati sono passati al colore. Ma io sono ancor in gamba, Eddie. Boop-boop-be-doop!»).

Ma la parte del leone la fa anche Baby Herman, una child star ispirata a Baby Butch con «le voglie di un cinquantenne e il pisellino di tre anni», spalla di Roger con cui interpreta il magnifico corto d’apertura, miracoloso per lo scatenato e calcolatissimo divertimento e la filologica fedeltà al modello originale della Warner degli anni cinquanta.

CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT (WHO FRAMED ROGER RABBIT, U.S.A., 1988) di Robert Zemeckis, con Bob Hoskins, Christopher Lloyd, Joanna Cassidy, Stubby Kaye, Alan Tilvern. Giallo commedia animazione. *****

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