Recensione: The Children Act – Il verdetto

THE CHILDREN ACT – IL VERDETTO (THE CHILDREN ACT, G.B., 2017) di Richard Eyre, con Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin. Drammatico. ***

Il dramma giudiziario è uno di quei filoni pressoché impossibili da sbagliare laddove al centro del dibattimento v’è una storia in grado di catalizzare l’attenzione emotiva dello spettatore. Per di più, a seconda dei sistema procedurali, garantisce agli attori in gioco la possibilità di misurarsi con testi che permettono loro un istrionismo legato all’arte retorica: la presenza della giuria popolare nel processo americano, per esempio, è l’elemento più autoriflessivo di un genere teso e palpitante.

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The Children Act è ambientato in Gran Bretagna e non incide sulle performance di avvocati o procuratori per coinvolgere in una spirale dominata dalla ricerca della verità. Sfrutta l’immagine del giudice sopraelevato ed isolato rispetto agli altri per sottolineare la solitudine della giustizia, incarnata da una donna, Fiona Maye, abituata ad addomesticare le emozioni e a trattare casi destinati a forte eco mediatica.

Si occupa di minori, segue la stella polare della giurisdizione per tutelarli dalle scelte degli adulti o difendere queste in nome della legge, ed è talmente immersa nel lavoro da trascurare il marito. La mattina che lui decide di andarsene di casa per vivere un’avventura extramatrimoniale, lei è chiamata a decidere sulle sorti di un ragazzo malato di leucemia, a cui i genitori negano una trasfusione di sangue perché non in linea con la dottrina dei Testimoni di Geova.

Fiona ascolta, prende appunti, chiede lumi, vuole avere tutto sotto controllo prima di emettere una sentenza. Non le bastano le parole dei genitori – filtrate da una sprezzante avvocato d’area – né i disperati quanto lapalissiani responsi dei medici: vuole parlare con il ragazzo, Adam, conoscerlo per capire, avere conferma dell’assunto secondo cui la vita di una persona è più importante della sua dignità.

Praticamente il legal drama finisce qui, con la (sacrosanta) decisione presa dal giudice: e siamo solo a metà film. Ecco, allora, che The Children Act rivela la sua reale dimensione melodrammatica, mascherata dal necessario MacGuffin del processo iniziale. Necessario perché innesca la chimica relazionale tra giudice e ragazzo, due solitudini a confronto che si riconoscono in balia delle rispettive crisi.

D’altronde a mettere mano alla sceneggiatura è lo stesso Ian McEwan, autore de La ballata di Adam Henry all’origine del film stesso. Con un’economia narrativa assai sapiente, lo scrittore diventa adattatore di se stesso certo restando fedele a se stesso e ai suoi temi, ma non dimenticando mai le differenze tra i due medium: e, infatti, qui dedica molto spazio ai faccia-a-faccia, intuendo quanto nella figura del doppio vi siano i mattoni su cui edificare il dramma della scelta.

Il film si sviluppa come una continua messa alla prova della certezza faticosamente accettata un attimo prima, con un’angosciante corrispondenza tra la gravosità della vicenda del ragazzo – e i suoi silenti contraccolpi pubblici, tenuti fuori campo ma percepibili nonostante la breve durata del processo – e la consapevolezza di un versante privato crepuscolare abitato da un matrimonio stanco e sterile.

La sterilità pare essere l’altro grande fantasma di una storia in cui una donna senza figli decide di tutelare i figli degli altri (il caso iniziale dei gemelli siamesi è la cartina di tornasole di un pensiero sì fortificato dalla ragione legale ma anche supportato da un’etica molto rigorosa e un umanismo limpido); e in cui un figlio sente di trovare un riferimento in colei che l’ha salvato, sconfessando invece i veri genitori giudicati negligenti se non ripugnanti.

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Pur nella confezione molto formalista di un tipico buon prodotto inglese, The Children Act contiene una quasi inaspettata molteplicità di piste da battere per intercettare i turbamenti emotivi, le tensioni morali, i dubbi politici… Lo fa mettendo al centro una coppia benestante e un ragazzo estraneo al loro mondo, una donna costretta a fare i conti col cuore e un giovane votato al sacrificio per segnalarsi agli occhi altrui.

Come nel suo precedente miglior film, Diario di uno scandalo, il professionale Richard Eyre si ritrova a gestire una materia incandescente dimostrando un controllo che può apparire eccessivo, con un certo senso teatrale e il rischio del manierismo; ma rivela piuttosto un tatto non indifferente nel trattare con riguardo personaggi così dolenti. Dalla sua parte ha la straordinaria resa degli attori, con il perturbante Fionn Whitehead tra una monumentale Emma Thompson e l’infallibile Stanleyh Tucci.

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