Recensione: Achille Tarallo

ACHILLE TARALLO (Italia, 2018) di Antonio Capuano, con Biagio Izzo, Tony Tammaro, Ascanio Celestini. Commedia. ***

Nel suo ultimo libro, Il fallimento della consapevolezza, Raffaele La Capria è tornato a riflettere su un tema a lui caro: la consuetudine critica di sistemare tutti gli scrittori napoletani insieme soltanto perché napoletani. Questa smania di omologazione – abbastanza irritante per il più grande scrittore italiano vivente e non solo per lui – annulla la fatica dell’uno di costruisce un’identità che costituisca lo scarto rispetto agli altri.

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«L’omologazione c’è, c’è dappertutto», scrive La Capria, «ma quella che si esercita a Napoli ha caratteristiche particolari. Consiste nell’allineamento di scrittori diversi tra loro come se tutti avessero scritto nello stesso modo, con lo stesso tipo di ispirazione, con la stessa visione di Napoli e del mondo. Anche se non è vero». Una lettura che potremmo applicare completamente al cinema italiano degli ultimi tempi, così impregnato di napoletanità.

Esiste un cinema napoletano? Esiste piuttosto il cinema di autori napoletani. Più un terreno fertile per piante diverse che una casa dove crescono tanti gemelli. Prendiamo Antonio Capuano, che veleggia verso gli ottant’anni e si staglia sempre di più come un maestro dell’onda napoletana, omaggiato esplicitamente da Paolo Sorrentino che di questa covata è forse il figlio più emancipato e al contempo dentro il ventre mentale della città (è il più lacapriano, ovvio).

Achille Tarallo, il suo ultimo film indipendente mezzo clandestino, non somiglia a niente, tantomeno ai precedenti lavori di questo signore arrivato tardi alla regia e che nuota nei generi seguendo la stella polare di un melodramma introiettato. Qui la tradizione partenopea si esprime nel solco della suggestione popolare data dal ripensamento dei codici del teatro edoardiano, incrociando la dimensione neomelodica imperante nei secoli.

Chi si lamenta dell’assenza di una reale trama sembra non considerare la rotondità di caratteri che sono essi stessi pezzi di trama, presi di peso dalla realtà e sublimati in una messinscena che ha ben chiaro quanto la città sia un palcoscenico. Achille Tarallo è un film squinternato, bizzarro, assurdo, così colorato che pare il tabellone della Tombola eppure impegnato a ribaltare la trappola del folklore per raccontare una napoletanità come trappola accogliente e dolce condanna.

L’eroe titolare guida gli autobus e canta con un amico ai matrimoni della zona, malgrado le proteste dei parenti e del vicinato, e manda tutti nel panico quando decide di cantare in italiano. Rinnegare la lingua madre per farsi altro da sé, aprirsi un varco nell’autostrada che possa svicolare l’illusione per concretizzare il sogno, smarcarsi dagli stereotipi per immaginare una vita nuova e lontana da chi lo vuole ingabbiato nel ruolo…

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Dopo una decina di lavori tra lunghi, corti e documentari, Capuano spiazza come se stesse alle prese con un’altra opera prima, così consapevole di dover parlare la lingua interiore dei suoi personaggi (e certe espressioni in dialetto ritenute talmente incomprensibili da dover richiedere i sottotitoli) da dover ripensare il proprio approccio con una libertà disarmante, quasi anarchica nel voler spaccare gli steccati, totalmente dentro l’idea di parodiare la pretenziosità delle classi alte.

Ovvio che non tutto torna e magari qualcosa richiede uno sforzo maggiore dell’accettazione tout court, ma già accostare tre identità comico-artistiche come quelle di Biagio Izzo (avanspettacolo, nel suo ruolo della vita), Tony Tammaro (musica parodica), e Ascanio Celestini (teatro civile) è un gesto di delirante intelligenza. E in questo mix esplosivo che shakera momenti di struggente malinconia e rocamboleschi istanti farseschi, il finale canino che costeggia l’onirico è memorabile. Impossibile da omologare, ecco.

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