un altro sessantotto – 3 | La morte ha fatto l’uovo | Giulio Questi (1968)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Il Sessantotto ha un suo ritmo. Non è una questione musicale – o perlomeno non immediatamente musicale – ma ha a che fare con le immagini in movimento, con la loro armonia generante un’inevitabile tensione distonica, lo sfasamento che fa perdere il baricentro dell’eufonia, il contrasto come requisito fondamentale per imporre una visione non intonata della realtà già di per sé contenitore di menzogna. Tutto questo lo si deve a Franco Arcalli, nome di battaglia Kim.

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Montatore tra i più capitali del cinema (italiano), Kim l’ha attraversato al pari di una meteora: appena quindici anni di lavoro, nei quali però è riuscito a determinare un cambiamento decisivo tanto da attrarre l’attenzione di Francis Ford Coppola, che lo voleva per Apocalypse Now. Purtroppo morì prima, lasciando incompiuta La luna del sodale Bernardo Bertolucci (che gli dedicò proprio questo problematico, inquietante, perturbante maternale).

Quello di Arcalli – sì, possiamo parlare di un cinema di Arcalli – è un cinema che non solo legge attraverso la lente pop i generi classici, ma anche capace di trasmettere il desiderio di un racconto popolare solo in superficie comprensibile nella prospettiva politica che caratterizza molti dei film a cui collaborò. Perfino un pasticcio come Identikit del fedele Giuseppe Patroni Griffi è recuperabile per il consapevole kitsch che trasmette negli stacchi del goffo giallo introspettivo.

Forse il maggior contribuito autoriale – esplicitato dal non banale credito in sede di sceneggiatura – l’ha offerto con il citato Bertolucci, il primo Tinto Brass, Liliana Cavani che senza di lui ha smarrito la bussola e naturalmente Giulio Questi, il regista partigiano con cui formò la coppia che Enrico Ghezzi ribattezzò Jules e Kim, sul calco del film di François Truffaut.

Dopo il violento western resistenziale Se sei vivo spara, i due invasero il genere, ripensando il thriller con La morte ha fatto l’uovo, un clamoroso quanto bizzarro giallo sul capitalismo e sul consumismo diventato ormai cult che peraltro espande la riflessione di Arcalli sull’onda lunga del Blow-Up di Michelangelo Antonioni, già studiato e reso ultra-pop nel precedente Col cuore in gola di Brass.

Assistiti dall’alienato commento musicale di Bruno Maderna, Jules e Kim costruiscono un apologo surreale e violento – e non a caso abbastanza massacrato dalla produzione – costituito di stacchi di montaggio rapidi e frenetici, quasi nel solco di un’avanguardia in cui il talento incendiario della coppia lascia che le immagini esplodano in un bombardamento che sfracella il tessuto narrativo, chiedendo allo spettatore di ricomporre una storia destrutturata.

La stessa storia è alquanto stravagante: lo schema classico del tradimento borghese (il marito intellettuale mette le corna alla moglie ricca con cugina, a sua volta amante di un pubblicitario) s’interseca con la fatale assurdità suggerita dal business di cui si occupa lei (allevamento di polli) e dalla vita segreta di lui (è un perverso che uccide prostitute), avventurandosi fino ad un finale impressionante per potenza allegorica e gustoso sadismo.

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Con i cromatismi pop di Dario Di Palma che sembrano quasi ripresi dalla dimensione pubblicitaria comunque presente nella storia, Questi accorda la sua polemica antiborghese ad una trenodia grottesca al capitalismo così simbolica da non pretendere un’adesione ai codici del realismi quanto piuttosto interpretare la realtà secondo una lente deformante, la più utile per spiegare un ceto cannibale, ignorante, rozzo, ipocrita.

Film forse involontariamente seminale per tutto il cinema d’autore degli anni settanta, quasi uno studio teorico sulle possibilità del montaggio né lineare né eufonico, alla sua atmosfera straniante del film concorre una recitazione antinaturalistica, con Jean-Louis Trintignant (intelligente star di questo cinema eversivo ed originale) partner della più assurda, incredibile, folle Gina Lollobrigida di sempre (era cosciente? è un genio?).

LA MORTE HA FATTO L’UOVO (Italia-Francia, 1968) di Giulio Questi, con Jean-Louis Trintignant, Gina Lollobrigida, Ewa Aulin, Jean Sobieski, Vittorio André, Giulio Donnini, Biagio Pelligra. Giallo. ***

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