Recensione: Disobedience

DISOBEDIENCE (U.S.A.-G.B.-Irlanda, 2018) di Sebastián Lelio, con Raquel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Anton Lesser, Bernice Stegers, Allan Cortduner. Mélo. ***

Come nei due precedenti lavori che l’hanno consacrato nel panorama internazionale, anche Disobedience conferma l’attenzione che il cileno Sebastián Lelio riserva all’universo femminile. Sia Gloria che Una donna fantastica raccontavano figure colte in una faticosa congiuntura con lo spazio circostante: prima la volontà di affermare il diritto al romanticismo anche nei pressi della terza età, dopo il diritto alla felicità di una donna che cerca di emanciparsi dal corpo sbagliato natio.

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Qui, a partire dal romanzo di Naomi Alderman, entra nella comunità londinese ebreo ortodossa, da cui la fotografa Ronit è scappata per non restare intrappolata in un sistema rigido e ostile al raggiungimento della soddisfazione personale. Costretta a tornarci per piangere il padre appena scomparso, deve rimisurarsi con un mondo che non le appartiene più ma ove germina nuovamente il fiore di una passione da tutti giudicata malsana.

Ronit disobbedisce ai codici della sua comunità d’origine, ha preso così tanta confidenza con quello più libero di New York bo-bo (borghesia bohémien) da aver perso la consuetudine ai gesti del passato: è una mina vagante che subisce l’ostracismo di chi non le perdona quella fuga – un desiderio che forse nessuno ha mai avuto il coraggio di assecondare – ed è guardata a vista con sospetto, nell’attesa che una mossa sbagliata possa rimandarla indietro come un’ospite sgradita.

In questo melodramma sempre sul filo dell’angoscia, Ronit è quasi un fantasma che piomba dal nulla per mettere involontariamente alla prova i membri della comunità, che sulla lunghezza d’onda dello sguardo della protagonista appare a tratti quale una setta volta a negare il lessico emotivo della donna. Non solo in sinagoga sono relegate nella platea, distaccate dai maschi sacerdoti del culto, ma indossano parrucche (prodotte da una ditta diretta da un maschio, ovviamente) che marcano il il loro legame matrimoniale.

Questa religione annulla la donna?, si chiede Ronit, ben sapendo di non poter trovare una risposta da parenti e conoscenti. Più che nel solco di un approccio antropologico su cui comunque si edifica una storia così consapevole di quanto sia decisivo quel contesto culturale, Disobedience è piuttosto un atto che trova nell’omoerotismo la coreografia di una sovversione, la completezza emotiva che il sesso offre per definire i limiti dell’autodeterminazione di genere.

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Sebbene nessun uomo sia in grado di codificare con intelligenza ed autonomia la questione, è ammirevole la tensione con cui Alessandro Nivola calibra il nervosismo e la rassegnazione di un uomo chiamato a sobbarcarsi il peso di un fallimento atteso (sa della moglie, sa della migliore amica, sa che tutti sanno) nel momento in cui deve assumersi la guida spirituale della comunità (il figlio putativo contro la figlia rinnegata: a lui il comando, a lei solo una pipa).

Film di case svuotate e stanze asfissianti, Disobedience conferma la precisione con cui Lelio fa muovere i corpi in spazi ostili, la difficoltà con cui devono vivere la loro liaison pornographique lontano dagli occhi inquisitori che possono stagliarsi anche nel buio. Grazie alle sue due attrici, trova il modo di tessere un mélo problematico e stratificato, reso struggente dalla corsa finale dietro il taxi che mette un oceano tra i baci non ancora dati.

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