America 80 – 8 | Ufficiale e gentiluomo | Taylor Hackford (1982)

Ogni generazione ha il suo melodramma, la sua storia d’amore in cui riconoscere le coordinate di una certa tensione sentimentale, nella quale identificarsi per rispondere a quegli impulsi del cuore che la ragione non conosce. Non so se Ufficiale e gentiluomo faccia parte di questa categoria; è tuttavia pressoché indubbio che sia tra gli ultimi esempi del genere ad essersi imposto nell’immaginario collettivo.

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Per certi versi, è un’operazione quasi diabolica per l’equilibrio tra intuizione ed abilità. C’è Richard Gere, corpo significante di una stagione, che capitalizza il suo successo personale del torbido e plastico American Gigolò in un ruolo da “good american boy” peraltro in divisa, da sempre segno di indiscutibile fascino: un giovane allievo italoamericano del corso ufficiali che vuole riscattarsi da una vita triste, diventare pilota e trovare l’amore.

C’è Debra Winger, una delle icone sessuali del decennio, volto emblematico capace di incarnare come nessuna le malinconie e le allegrie, i tormenti e i sentimenti dei colletti blu, della classe operaia in cui si addensano i sogni e i bisogni di una nazione sotto Reagan. E c’è proprio il nuovo presidente, la cui filosofia pervade l’intero film: “make America great again”, l’egotismo del militare, la sopraffazione dei deboli…

C’è l’amore che domina l’epoca dell’effimero come chiave d’interpretazione di una realtà che fa di tutto per dimenticare il Vietnam. Lo fa nei termini di una favola moderna e proletaria ove collimano le caratteristiche del coming of age e la celebrazione dell’istituto matrimoniale come coronamento di un percorso. E Taylor Hackford non si risparmia: l’irresistibile finale in fabbrica è non solo appassionante ma soprattutto iconico.

C’è il sergente Louis Gossett Jr. in un ruolo iconico che gli è valso un Oscar e del quale ha tenuto conto Stanley Kubrick in Full Metal Jacket: un casting di luciferina potenza al servizio della causa che sottolinea l’integrazione del(l’ex?) discriminato nel sistema militare (che in realtà ha sempre arruolato afroamericani da mandare al macello), sadico demiurgo dentro il meccanismo patriottico del “fare un vero americano”.

C’è il potenziale omoerotico – come sempre esplicito nelle pieghe del non-detto – della relazione tra Gere e David Keith, parallelo alla lampante chimica sentimental-sessuale tra Gere e Winger ma altrettanto fondamentale per capire quanto lo spazio adibito alla formazione militare sia pensato sulla logica di un’innaturale selezione naturale, sull’eliminazione dell’anello debole, sull’esaltazione di una virilità artefatta.

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E c’è la musica, che travolge in un tripudio di scatenati e ruffiani ammiccamenti, con la strappacore Up Where We Belong (altro Oscar) a suggellare il lieto finale, necessario a scaldare i cuori del suo pubblico di riferimento che in un certo senso coincide anagraficamente e a livello socioculturale con i protagonisti: romantici ma coscienti della fatica del vivere. Anni Ottanta all’ennesima potenza, un caposaldo di una certa idea di cinema popolare.

UFFICIALE E GENTILUOMO (AN OFFICIER AND A GENTLEMAN, U.S.A., 1982) di Taylor Hackford, con Richard Gere, Debra Winger, Louis Gossett Jr., David Ketih, Lisa Blount, David Caruso, Robert Loggia. Mélo. ***

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