un altro sessantotto – 4 | Straziami ma di baci saziami | Dino Risi (1968)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Cosa c’entra Straziami ma di baci saziami col Sessantotto? Apparentemente nulla. Volendo, molto. Mentre si dilettava in discutibili operazioni commerciali dal fiato corto internazionale (Il tigre, Il profeta), lo scettico e disincantato Dino Risi si avventurò a raccontare una società in rapido e per certi veri improvviso mutamento in quattro film molto diversi, prima del capitale ed estremo In nome del popolo italiano.

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Se in Vedo nudo esplora il rapporto dei maschi col sesso e ne La moglie del prete butta in seria farsa il problema del celibato ecclesiastico, con Il giovane normale tenta un’audace ed irrisolta disanima sulla gioventù borghese errabonda. Ma, prima di questa terna girata tra il 1969 e il ’70, nel ’68 realizza Straziami ma di baci saziami, non solo una pietra miliare della commedia all’italiana ma la trenodia ad un mondo.

Malgrado qualche puntata coeva o giù di lì, tra il conservatorismo di Serafino e la nostalgia di Per grazia ricevuta, è il canto funebre allo strapaesano, alla civiltà contadina e montanara che affollava il cinema degli anni cinquanta, al racconto affettuoso ma non compiacente di una piccola comunità sospesa tra la consapevolezza del folklore e l’ineluttabile scarto ingenuo rispetto agli spazi del boom economico.

Risi asseconda una delle più geniali intuizioni di Age e Scarpelli, che continuano il loro discorso sulla lingua e sul linguaggio della commedia. Come nel fondamentale lavoro teorico della sceneggiatura de L’armata Brancaleone, qui reinventano una comunità linguistica parallela a quella ufficiale che si esprime attraverso i codici della cultura popolare riletta attraverso lo sguardo di uomini e donne puri e semplici ma non casti e semplicistici.

Seguendo l’amato schema del triangolo, con Armando Trovajoli a tessere il fil rouge, i due sceneggiatori postulano Dramma della gelosia – dove i personaggi si esprimono con il lessico della propaganda politica – e già pensano a certe dinamiche dell’epocale compendio C’eravamo tanto amati, mentre lasciano che i protagonisti citino i versi delle canzonette contemporanee (ma anche di quelle del passato più nero, quasi a sottolineare la continuità di certo andamenti del sentimento popolare) in un dialetto centro-italico soprattutto della Ciociaria e del basso marchigiano.

Da par suo, Risi mette in scena tenendo conto dei riferimenti iconografici del fotoromanzo (funzionali la fotografia di Sandro D’Eva e le scene di Luigi Scaccianoce), innescando l’ironia necessaria per mitigare l’impianto melodrammatico dell’assunto amoroso in una dimensione stramba assolutamente irresistibile, in cui le cronache di questi poveri amanti sono interpretate da immagini che altrove avrebbero avuto una forte componente patetica, mentre qui assumono una straordinaria potenza comica.

La storia d’amore tra Marino, barbiere di Alatri, e Marisa, operaia marchigiana sposata ad un sarto muto, si dipana nel trionfo del kitsch, dall’iniziale colpo di fulmine alla parata folk ai dialoghi indimenticabili («d’artra parte il congetto è ribadito pure nella canzone C’è una casa bianca che» a proposito dell’esegesi de L’immensità), senza omettere il gusto per le macchiette e i gags quasi elementari nonostante la finezza (l’assaggio del vino del grande Gigi Ballista, l’elenco dei tagli di capelli).

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Scatenatissimi Nino Manfredi e Pamela Tiffin (con la voce di Flaminia Jandolo), assai credibili come paesanotti travolti da un involti destino ma non dal treno che dovrebbe ucciderli e non passa in orario. Quando è alle prese con un ruolo che ne esalta l’adesione al tessuto locale e la comicità d’altri tempi, Manfredi dà il meglio per la capacità di declinare il suo istrionismo su un registro buffo, nel solco di certi bozzetti (Questa volta parliamo di uomini, lo stesso Vedo nudo) e del suo memorabile L’avventura di un soldato.

Nell’anno della contestazione, Straziami ma di baci saziami (verso dal brano Creola) recupera l’atto sovversivo della comicità muta chiamando uno stratosferico Ugo Tognazzi a misurarsi con il magistero (e la fisionomia) di Harpo Marx: e in una commedia fondata sulla parola e sulle canzoni è significato che sul terzo lato del triangolo ci sia chi non può parlare né sentire.

STRAZIAMI MA DI BACI SAZIAMI (Italia-Francia, 1968) di Dino Risi, con Nino Mafredi, Pamela Tiffin, Ugo Tognazzi, Moira Orfei, Livio Lorenzon, Gigi Ballista, Pietro Tordi, Samson Burke, Checco Durante. Commedia. ****

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