Recensione: The Other Side of the Wind

THE OTHER SIDE OF THE WIND (U.S.A.-Francia-Iran, 2018) di Orson Welles, con John Huston, Oja Kodar, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg, Norman Foster, Bob Random, Lilli Palmer, Edmond O’Brien, Mercedes McCambridge, Cameron Mitchell, Paul Stewart, Gregory Sierra, Tonio Selwart, Joseph McBride. Drammatico. *****

disponibile su Netflix

Prima di tutto: cos’era e cos’è The Other Side of The Wind. Era il film incompiuto di Orson Welles, che aveva cominciato a montarlo dopo sei anni di faticose riprese senza portare a termine il lavoro. Superate le diatribe legali tra le eredi, dopo decenni di tentativi andati a vuoto, Netflix ha sbloccato la situazione mettendo a disposizione un importante budget per completare l’opera.

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La mano è passata da Peter Bogdanovich – coprotagonista del film scelto da Welles come sostituto all’epoca delle riprese, comunque rimasto produttore esecutivo – a Bob Murawski, che ha curato il montaggio avvalendosi di appunti, note di sceneggiatura, memo, testimonianze dell’autore. Un film ritrovato, eppure potremmo addirittura spingerci nel definirlo un film nuovo, anziché rinato. Una stella nera che precipita dal passato per interrogare il futuro, il luogo misterioso verso cui rivolge il suo sguardo impenetrabile.

Sarebbe ora interessante studiarlo accanto alle altre due terminali folgorazioni di Welles, Storia immortale e F for Fake, ma lo spiazzamento di fronte a The Other Side of The Wind è così sconquassante da imporci una lettura analoga al tono del film. Un free jazz libero e libertino che da una parte si inserisce nel solco di quei film “fin du monde” diretti negli anni Settanta da alcuni autori al tramonto (FedoraGli ultimi fuochiNina) e dall’altra sembra il prodotto più estremo del lato selvaggio della New Hollywood (Fuga da Hollywood soprattutto).

Col senno di poi un found footage testamentario cosciente di essere tale, ma con gli occhi di ieri un film di guerriglia che giustappone immagini a colori e in bianco e nero con clamorosa frenesia iconoclasta, prendendosi il lusso di portare il conclamato titanismo dell’autore all’altezza di Dio (che è donna).

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Un delirio di onnipotenza di potentissima fragilità, disperatamente votato al fallimento: è, infatti, il racconto della lunga giornata di un anziano ed eccentrico regista che non sa di non poter finire il proprio film, il cui primo girato proietta in una festa organizzata da un’antica amica con una platea fatta di “maniaci” del cinema (critici, documentaristi, cineasti emergenti, cinefili). I giovani del film sono: parassiti, copiatori, adulatori, autoreferenziali, inafferrabili. I vecchi: nostalgici, autocompiaciuti, bugiardi, deboli, incattiviti. Chi si salva?

Un viaggio al termine della notte nella forma di un trip lisergico eccitato ed eccitante, la catabasi alcolica di un uomo troppo pieno di passato ed avido di futuro per poter godere di un presente tanto inesplicabile. Un autoritratto sul mistero dei film e dell’amicizia: John Huston rielabora Welles dentro incalcolabili litri di whiskey, Bogdanovich fa praticamente se stesso, la moglie Oja Kodar è la star, Paul Stewart è ancora lì dai tempi di Quarto potere, Lili Palmer nasconde Marlene… Ne parleremo per anni.

2 pensieri riguardo “Recensione: The Other Side of the Wind

  1. […] Fine del cinema ovvero fine del mondo. Messa in discussione dello statuto della finzione, svelamento della problematicità di immagini mai capaci di comunicare il senso della verità, giro a vuoto tra i due o più piani della narrazione per capire dove risieda il mistero di un’ossessione. Terry Gilliam piroetta nel sistema di riflessioni, sensazioni, tormenti, disperazioni, confusioni che in passato toccò Fellini stesso, Billy Wilder (Fedora), Vincente Minnelli (Nina), Elia Kazan (Gli ultimi fuochi), Blake Edwards (S.O.B.) fino all’ultimo Orson Welles (The Other Side of The Wind). […]

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