Recensione: Euforia

EUFORIA (Italia, 2018) di Valeria Golino, con Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Valentina Cervi, Marzia Ubaldi, Andrea Germani, Jasmine Trinca, Iaia Forte, Alex Marte. Mélo. ***

C’è più di un elemento che lega Miele, l’esordio di Valeria Golino, Euforia, la sua seconda regia. Anzitutto la suggestione del titolo antifrastico: nel primo, lo pseudonimo di una specie di angelo della morte; nel secondo, uno stato di eccitazione che non sembra travolgere i personaggi, se non uno di loro nella dimensione dell’abuso. Poi, certo, il tema luttuoso: lì nei termini dell’eutanasia; qui come una malattia che prepara alla fine.

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Ricorre Jasmine Trinca, non più protagonista ma apparizione estrema verso il termine del viaggio, in cui si riverbera la luce oscura di una speranza impossibile. A dominare, ora, la scena ci sono gli uomini, due fratelli che non si sono mai del tutto ascoltati e sono costretti a riformulare un lessico familiare rimosso dagli anni trascorsi lontani, dalle distanze geografiche, dalle differenze sociali, professionali, umane.

Il primo, Matteo, lo conosciamo già sui titoli di testa, mentre è impegnato in una prestazione erotica che somiglia ad una performance. Quasi un’installazione che costeggia il soft porno, proprio lui che per lavoro si occupa anche di arte: quella della bellezza ideale, che va protetta dalla bellezza stessa; e quella della video arte, come una proiezione ipnotica nell’ignoto. È ricco, rampante, narciso, cocainomane, promiscuo, eccitatissimo.

Il secondo, Ettore, entra in scena un po’ dopo, impegnato a pulire il giardino: sta male, malissimo, ma viene tenuto all’oscuro perché così suggeriscono i medici. Dalla natia Nepi si sposta per fare la terapia a Roma, nel bell’attico romano del fratello. È in crisi con la moglie perché s’è innamorato di una giovane collega, non sa come dialogare col figlioletto e l’anziana e vispa mamma e pian piano manifesta i sintomi di una malattia che non lascia scampo.

Euforia è tutto costruito sulla relazione tra i due fratelli, sulla loro rinnovata fratellanza che si rimodula sull’asimmetrica padronanza delle informazioni: solo Matteo conosce il destino di Ettore e fa di tutto per tenerglielo nascosto, creandogli un ambiente confortevole in cui gravitano amici bislacchi (una borghese triste, la “dama di compagnia”, figuranti modaioli). Soprattutto: costruire ricordi. Quelli mai avuti, quelli dimenticati, quelli che verranno.

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Forse non diremmo lo stesso se si trattasse di un regista maschio, ma è ammirevole il coraggio con cui Golino affronta un melodramma di uomini senza cedere ai luoghi comuni e agli stereotipi né adottando una facile prospettiva simile alla misandria. Assieme alle sceneggiatrici Francesca Marciano e Valia Santella, racconta con delicatezza e pudore un affetto virile che riaffiora nel momento del crepuscolo, lontano da casa (compresa una puntata a Medjugorje).

Nell’elegante confezione che non rinuncia a movimenti arditi quasi a coreografare lo smarrimento dentro la catabasi di un dolore invano spostato più in là, Golino si avvale dell’ottima resa degli attori, specie i suoi due protagonisti: se Valerio Mastandrea sembra estendere l’esperienza de La linea verticale su un versante più tragico, Riccardo Scamarcio trova il suo ruolo migliore tratteggiando un disperato alla ricerca di uno stormo in cui perdersi.

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