Italia ’50s – 24 | Giulietta e Romeo | Renato Castellani (1954)

Più che altro, Giulietta e Romeo è passato alla storia per aver vinto il Leone d’Oro nell’anno di Senso, La strada, I sette samurai, Fronte del porto, L’intendente Sansho. La vittoria, piuttosto contestata allora e alquanto discutibile col senno di poi, fu patrocinata direttamente dalla Democrazia cristiana, allarmata che la giuria potesse premiare un film italiano diretto da un nobile comunista che contestava la narrazione ufficiale del Risorgimento (Senso, nella fattispecie).

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Nonostante i due riconoscimenti ricevuti dalla statunitense National Board of Review per il miglior film straniero e soprattutto per il miglior regista (unico italiano assieme a Vittorio De Sica e Roberto Rossellini), oggi ricordiamo di più i lavori di Visconti e Fellini che ebbero la peggio all’epoca, mentre l’adattamento del capolavoro di William Shakespeare è stato via via sotterrato dal tempo e dalla fortunatissima trasposizione che Franco Zeffirelli realizzò nel 1968.

Com’è possibile che un film per il tempo così atteso, costruito, pensato, studiato, sontuoso sia fatalmente tramontato, non solo in sé ma anche rispetto alla filmografia di Renato Castellani: ai racconti del dopoguerra come Mio figlio professore e Sotto il sole di Roma e mélo tipo il garbato I sogni nel cassetto e il furibondo Nella città l’inferno, insomma, Giulietta e Romeo è qualcosa di minore, irrisolto, mancato.

Eppure Castellani ci lavorò parecchio su, scrivendosi da sé la sceneggiatura intersecando il testo originale con altre novelle del Cinquecento in grado di restituire il contesto sciale e culturale, non riducendosi a rimettere in scena l’opera ma intrecciando Shakespeare con Luigi Da Porto per trasmettere l’idea che i due giovani quattrocenteschi fossero precursori dell’umanismo del Rinascimento.

Girato quasi una ventina d’anni dopo lo strano adattamento di George Cukor dove i protagonisti erano praticamente trenta-quarantenni per assecondare il divismo di Norma Shearer, il film sulla carta avrebbe dovuto segnare una sintesi armonica tra l’esigenza del produttore Sandro Ghenzi di cavalcare il successo di Due soldi di speranza con un’operazione poco rischiosa e internazionale e il desiderio di Castellani di accordare le proprie ambizioni autoriali ad un prodotto fastoso e coerente col suo percorso.

L’idea cara al regista del conflitto tra persone e società, nelle dinamiche di una faida nobiliare, dovrebbe esaltarsi qui nel realismo di un apparato di location che è un complesso puzzle geografico dell’Italia tra il Nordest e la Toscana, attraverso uno sguardo ben cosciente dell’arte figurativa di fine Quattrocento che trionfa nei cromatismi di Robert Krasker, curiosamente impegnato anche su Senso dopo la morte di G. R. Aldo.

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Quindi, insomma, cos’è che non torna? Non tornano il cuore, il pathos, l’emozione. Domina un certo accademismo che non sa far pulsare le immagini. Il latitante carisma dei protagonisti è un problema enorme dal momento che tutta la storia, conosciuta anche dalle pietre, deve comunque suscitare trepidazioni e tormenti. Freddo e calligrafico, ecco, rassicurante, certo, ma senza la schiettezza necessaria al contrastato love affair tra i rampolli di due famiglie nemiche.

GIULIETTA E ROMEO (Italia-G.B., 1954) di Renato Castellani, con Laurence Harvey, Susan Shentall, Flora Robson, Norman Woodland, Mervyn Johns, Elio Vittorini. Drammatico sentimentale. ** ½

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