Recensione: La donna dello scrittore

LA DONNA DEL RITRATTO (TRANSIT, Germania, 2018) di Christian Petzold, con Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree. Mélo. ***

Le truppe tedesche sono alle porte di Parigi. Un rifugiato è riuscito ad arrivare a Marsiglia. Ha assunto l’identità di uno scrittore che si è suicidato per paura di essere catturato. Ha il suo manoscritto, intende scappare oltreoceano non prima di aver fatto visito agli affetti del defunto: ma non sottovalutare mai le conseguenze dell’amore, specie quando prende le sembianze di una figura sfuggente, una donna alla disperata ricerca dell’amore perduto…

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Riformulare il discorso amoroso in un contesto inattuale e seguendo i codici demistificati del mélo pare essere la missione che si è prefissato da qualche anno Christian Petzold, che già nel precedente Il segreto del suo volto rifletteva con rara lacerazione su alcuni struggenti topos del genere: l’oblio, il passato, il doppio, l’identità, i segreti… In linea con la sua opera finora, La donna dello scrittore continua a volgere lo sguardo verso i fantasmi della sua nazione.

Più della narrazione, ciò che sembra interessargli più scopertamente è tutto ciò che concerne le politiche della narrazione stessa. Partendo dal romanzo Visto di transito di Anna Seghers, Petzold e Harun Farocki (alla cui memoria il film è dedicato) trasportano l’azione nel presente mantenendovi al contempo gli elementi storici: ci ritroviamo così in un orizzonte contemporaneo in cui però gli eventi della grande storia travolgono i personaggi come se la scenografia fosse solo un accidente.

È un’operazione quasi d’avanguardia che illumina il film d’una luce inconsueta, donando un nuovo senso al filone del mélo in tempo di guerra (i frammenti al bar vengono dritti dal cinema portuale e bellico); ma, allo stesso tempo, pare essere la sua croce per come ne determina la natura teorica, lo statuto di film-laboratorio in cui il genere è intimamente connesso all’idea di un’opera-mondo racchiusa nel suo titolo originale: Transit.

Si riferisce al visto per potersi muovere fuori dalla patria, ma anche al concetto del viaggiare tra passato interno e presente esterno, rielaborazione romanzesca e memorialistica nascosta, dal mare (incorniciato dal portico sulle scale) che si apre sconfinato sul porto caro a Robert Guédiguian portando con sé i clandestini in cerca di riparo fino alle montagne solo evocate e che promettono una fuga dall’orrore.

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Peraltro, La donna dello scrittore si pone esattamente come una fuga dall’immaginario un po’ stantio del film storico e letterario (molto, molto, molto letterario), un’evasione dal realismo ufficiale per abbandonarsi ad un flusso emotivo fatto di tutte quelle sensazioni che galleggiano nella zona tra il rimpianto e il ricordo, la nostalgia e il rimorso. Cinema spiazzante (per quanto alla lunga…) scritto sull’acqua, fragile e frangibile.

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