Italia ’50s – 26 | La nonna Sabella | Dino Risi (1957)

Se dovessimo individuare un filone decisivo per la commedia italiana degli anni cinquanta, non avremmo dubbi: è lo strapaesano, cioè il ripiegamento indolente in una cultura sottoprovinciale, quasi un bozzetto ai limiti del folklore, diffidente nei confronti delle città, ancorata alle tradizioni e agli usi e costumi di una comunità generalmente piccola ma a suo modo universale perché sovrasta la geografia per porsi quale epitome di un’intera nazione.

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In diversa misura, fanno parte della covata film legati da sotterranee o meno affinità elettive, dai Pane e amore a Don Camillo fino a Il medico e lo stregone e l’assurda superproduzione Anna di Brooklyn che postula la visione americana dell’Italia. Per allargare il campo, è un mondo che costeggia il cosiddetto neorealismo rosa, cioè la virata popolare e brillante del nostro movimento più rappresentativo, e chiude una stagione pronta a raccontare i cambiamenti del costume della società del benessere.

In questo senso, La nonna Sabella è un film emblematico. È diretto dal divino Dino Risi, un regista settentrionale e borghese che veniva dal clamoroso successo di Poveri ma belli, zenit del neorealismo rosa ed interessante esplorazione di una Roma immutabile e vivace a metà tra noncuranza ed effervescenza: cosa c’entrava con questa spumeggiante commedia corale rurale e montanara?

C’entrava realisticamente per ragioni contrattuali (in tutto e per tutto un film Titanus), ma non dimentichiamo che alla base c’è un testo di Pasquale Festa Campanile, il quale è qui anche impegnato in sede di sceneggiatura con quel Massimo Franciosa con cui aveva ricevuto un ottimo riscontro con Gli innamorati. In più li affiancava Ettore Giannini, lo sfortunato autore del capolavoro Carosello napoletano: un bel parterre, insomma.

E, in fondo, è un film che risiede tutto nel disegno dei personaggi, collocati in una storia sì molto pimpante e tutto sommato avvincente ma che funzionano di per sé in virtù della scafata sapienza con cui sono scritti: bastano pochi dettagli, un tic, un gag, un certo tipo di abbigliamento, una battuta di spirito per definire gli orizzonti limitati di questi personaggi chiusi in un paese soffocante, dove tutti conoscono tutto e mantenere segreti è impossibile.

La nonna Sabella racconta il ritorno a casa di uno studente, giunto al capezzale dell’anziana nonna che in realtà ha architettato la messinscena pur di far rimpatriare il nipote. Arzilla quanto dispotica, gli ha combinato il matrimonio con la figlia di un proprietario terriero, sebbene lui ami la nipote del postino, il quale intrattiene da vent’anni una relazione clandestina con la sottomessa sorella di Sabella, incapace di opporsi alla vecchia.

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Chiaramente l’intreccio costituisce l’occasione per abbozzare situazioni orecchiabili a tutti coloro che hanno vissuto o bazzicato in piccole comunità così autoreferenziali, ma è comunque curioso che a distanza di sessant’anni il film continui a divertire col suo mix di sotterfugi campestri e dittature familiari, con l’occhio di Risi che osserva con compassata ironia i movimenti vorticosi in un borgo arretrato o fermo nel tempo da cui – sembra dirci – sarebbe opportuno scappare.

La direzione degli attori si affida al consumato mestiere di professionisti infallibili o ad una certa consuetudine (Renato Salvatori era un povero ma bello, Sylva Koscina capitalizzava alla grande il suo corpo). Difficile sbagliare quando ci sono gli amanti clandestini Peppino De Filippo e Dolores Palumbo («garofanino!»), Paolo Stoppa e Renato Rascel quali comprimari di lusso, e soprattutto la gigantesca Tina Pica nel ruolo, assieme alla Caramella dei Pane e amore, più iconico della sua carriera esplosa troppo tardi ma come un roboante fuoco d’artificio.

LA NONNA SABELLA (Italia, 1957) di Dino Risi, con Tina Pica, Peppino De Filippo, Dolores Palumbo, Renato Salvatori, Sylva Koscina, Renato Rascel, Paolo Stoppa, Rosella Como, Gina Mascetti. Commedia. ***

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