un altro sessantotto – 6 | Contestazione generale | Luigi Zampa (1970)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Nel 1968, Luigi Zampa diresse il campione d’incassi della stagione: era Il medico della mutua, una delle performance massime di Alberto Sordi, peraltro una delle commedie all’italiana più spietate e ciniche realizzate nel periodo. Essendo autore molto acuto nell’intercettare i cambiamenti che travolgono un popolo impreparato ad affrontarli, Zampa lesse il Sessantotto un paio di anni dopo, seguendo il modello prevalente del decennio precedente.

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Il film ad episodi, lo sappiamo, è l’universo in cui il cinema italiano si è spesso misurato, bene o male, con temi abbastanza audaci, approfittando della breve durata per incidere con il senso satirico di uno sketch dirompente. Zampa non è stato tra i registi più attivi nel “cinema dei frammenti” fatto da più registi (l’unico caso è un episodio di I nostri mariti), cioè quelle raccolte legate da un elemento comune non sempre così forte da giustificare l’operazione.

Il suo cinema – specie quello degli anni sessanta – non di rado si presenta quale un’antologia di pezzi tenuti insieme da uno sguardo compatto e trasparente capace di amalgamare gli ingredienti. Pensiamo al corale Frenesia dell’estate o allo stesso Il medico della mutua (non è composto, in fondo, da una serie di visite?) o a Le dolci signore, che è sì un film ad episodi sullo schema de Le bambole ma diretti tutti da lui.

Contestazione generale è una raccolta di quattro sketch di durata varia che esprime il punto di vista di un regista maturo ed esperto sul calare del fermento sessantottino. Lo scarto sta nell’attenzione alla generazione dei quaranta-cinquantenni, ovviamente determinata dalla necessità di coinvolgere i moschettieri della commedia all’italiana ma comunque interessata a scandagliare un mondo davvero scopertosi incapace di decrittare serenamente il presente.

In realtà c’è uno sguardo sui giovani, attori principali della stagione, racconta in un frammento documentaristico che risente forse dell’evocazione di Amore e rabbia. Il segmento L’università, infatti, è da leggere in parallelo con Discutiamo, discutiamo di Marco Bellocchio e non va sottovalutato semplicemente alla stregua di un piccolo reportage sul campo. È quasi un’irruzione in un immaginario incendiario, l’ipotesi di un rigurgito neorealista, una parentesi che segna un passaggio di tono.

C’è da dire subito che Contestazione generale è nato a tre (più uno) episodi. Negli anni, il primo con Vittorio Gassman è in sostanza scomparso dalla circolazione, realisticamente per tagliarne la durata ai fini di una più facile messa in onda televisiva. Parliamo, dunque, di un film monco, che sembra un movie-movie con un inserto centrale in grado di definire l’aria del tempo, il contesto entro cui si muovono i personaggi del film. La contestazione generale, insomma.

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Nel primo episodio, Concerto a tre pifferi, la star è Nino Manfredi, un dirigente che ha un rapporto conflittuale con il figlio ed è costretto a seguire il capo (l’irresistibile Michel Simon), dispotico e reazionario, in un viaggio a New York. Si tratta di una parabola fortemente tendente alla farsa fondata sullo smarrimento di un uomo di mezz’età sospeso tra la consapevolezza di essere un servo del potere e il dovere di incarnarlo agli occhi del figlio.

Il rapporto tra genitori e figli come cartina di tornasole della ribellione, la proiezione domestica della protesta in piazza che si risolve nella presa di coscienza dell’inesorabile subordinazione rispetto al capitalismo per sua natura trionfale rispetto al povero cristo. Niente di trascendentale, abbastanza gradevole specie sapendo che Leo Benvenuti e Piero De Bernardi pensarono l’industriale sul calco di Angelone Rizzoli, ma, insomma…

Dove Zampa rivela tutta la sua bravura nel tratteggiare un racconto intessuto di umorismo e civiltà è nel frammento Il prete, in cui Sordi mette a segno un altro dei suoi mirabili ritrattini ecclesiastici qui con una malinconia inesorabile. È il tristo parroco di un paesello (è Civita di Bagnoregio, “la città che muore”) che immagina di dare una piccola svolta alla sua vita quando s’illude che la bella cassiera del bar lo stia seducendo.

Con una delicatezza che confina con l’amarezza, Zampa mette in scena l’ottimo script di Rodolfo Sonego lasciando che la commedia si contami col dramma. Un anno prima de La moglie del prete, il problema del celibato ecclesiastico – apparentemente poco congruo alla temperie di un movimento giovanile ribollente – assume un valore emblematico, ponendo l’umile pretino al cospetto di un dilemma, una scelta di vita che è un atto rivoluzionario.

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Come nel Concerto a tre pifferi, anche qui il potere è destinato a domare il povero cristo, imponendo un controllo che non è immune alla “chiusura di un occhio”: il matrimonio non è un tema sul quale si può discutere; d’altro canto, se vuoi coltivare una tua passioncella privata, fallo con discrezione. Il dramma del pretino è tutto in questa ipocrisia e nel suo non saper adeguarsi alla logica dell’ambiguità. Contestare per sopravvivere: ma a cosa, per chi?

CONTESTAZIONE GENERALE (Italia, 1970) di Luigi Zampa, con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Alberto Sordi, Michel Simon, Enrico Maria Salerno, Sergio Tofano, Milly Vitale, Marina Vlady, Rodolfo Baldini, Enzo Garinei, Paola Gassman. Commedia. ** ½

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