Recensione: In guerra

IN GUERRA (EN GUERRE, Francia, 2018) di Stéphane Brizé, con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Oliver Lemaire. Drammatico. ****

Ad avercene di cineasti come Stéphane Brizé che credono ancora nel cinema come atto di militanza per combattere affinché il mondo sia un po’ migliore di così. Ad avercene anche perché la lezione di In guerra non è solo efficace nel veicolare un messaggio di straordinaria nettezza senza abdicare alla complessità, ma soprattutto perché è nella forma che il regista trova la chiave per raccontare una storia di ordinaria attualità.

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La sfida, in fondo, qual è? Restituire a questo tipo di narrazione una voce che non sia né quella dell’inchiesta giornalistica confinante con la tesi programmatica né quella del pietismo fine a se stesso buono solo per assolvere la nostra cattiva coscienza. Per cercare un’autenticità lucida e trasparente, Brizé sceglie di stare addosso ai corpi come un reporter di guerra che documenta il conflitto, la guerra appunto convocata nel titolo ed evocata tanto dal montaggio barricadiero di Anne Klotz quanto dall’incessante musica di Bertrand Blessing.

Le armi sono le parole, la dialettica tra servi e potere nella tragedia del capitalismo dominato dalla legge del mercato. Il tavolo della concertazione è il terreno dove scontrarsi per non cedere, le riunioni sindacali quello dove misurare la tenuta della solidarietà di classe, la fabbrica quale ultimo baluardo da occupare pur di difendere quel lavoro messo in pericolo dalla dittatura del profitto.

Nonostante le apparenze, In guerra dice poche cose: la dignità del lavoro, le conseguenze della globalizzazione, la delocalizzazione, gli uomini dietro i numeri. Le dice così bene anche perché riesce a piegare il linguaggio dei mass media alla battaglia: i tg registrano un caso emblematico che testimonia la generale fibrillazione degli ultimi, si illudono di fabbricare un eroe che in realtà non si sente tale e porta sul volto il peso del suo essere primo inter pares, entrano nel ventre della balena per cavalcare il format della contestazione.

Tengono fuori frammenti di privato, scorci di paesaggi emotivi che ci aiutano a definire il profilo sofferto del protagonista, una faccia segnata dalla fatica, una voce abituata a doversi alzare per insinuarsi nelle coscienze degli interlocutori, un paio di mani forti per sbattere i pugni sul tavolo e puntare il dito che rivelano un’improvvisa delicatezza quando accolgono il nipotino neonato. D’accordo che pare nato per questi ruoli, ma Vincent Lindon è davvero spiazzante, incredibile.

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Spetta a lui, in quel pezzo di Francia travolta dai contraccolpi del macronismo, guidare quel che resta della classe operaia, un’unità è messa in crisi dagli squallidi giochi del capitale disposto a tutto pur di arricchirsi sempre più, anche a non rispondere verbalmente a quelle domande le cui risposte sono tanto evidenti quanto ciniche negli sguardi della dirigenza.

Spetta a lui, nella tragedia di un cinema che si dichiara sconfitto, occupare uno schermo ridotto ad occhio che uccide e ricordarci quanto la dignità sia un valore non negoziabile. Un singolo che quasi per caso è protagonista. Brizé orchestra un film sul senso dell’essere (ancora) collettività, un gesto politico durissimo quanto commovente, un cinema morale per cui pare giusto usare un termine pericolosissimo ma, insomma, dai: necessario. Qui, ora: un cinema necessario.

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