Italia ’50s – 27 | La banda degli onesti | Camillo Mastrocinque (1956)

Quante volte è stato detto che un grande attore come Totò ha raramente avuto dietro una sceneggiatura dignitosa che lo supportasse degnamente. Forse anche troppo: perché, sì, è vero che lo avremmo voluto vedere in film strutturati in una maniera non così raffazzonata, meno appoggiati alla comodità del suo genio e così via; però, insomma, davvero una figura lunare e spericolata come Totò aveva bisogno di una struttura?

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In fondo i totisti si dividono in due categorie: quelli che lo amano nelle occasioni più assurde, dove si costeggia la dimensione surreale ed onirica di un comico imprevedibile e meravigliosamente prepotente; e quelli che lo apprezzano di più nelle commedie non ancora all’italiana ma che guardano ai cambiamenti del costume. In realtà il miglior Totò, va da sì, risiede nella sintesi tra le due anime, come capita ne La banda degli onesti.

Se Carlo Ludovico Bragaglia gli ha permesso di frequentare un mondo irrazionale e quasi fantastico e Mario Mattoli si è posto a metà strada, Camillo Mastrocinque – al di là del singolare fantasy Totò all’inferno – ha assecondato il suo inserimento in un cinema a metà tra la commedia rurale e neorealistica-rosa e l’incipiente svolta urbana verso il boom.

Ciò che non viene in mente pensando a clamorosi exploit come i suoi due Totò e Peppino (la Malafemmina e i fuorilegge) – ma anche, in misura diversa, Totò lascia o raddoppia? e Totò a Parigi – è proprio lo scarto tra un mondo agricolo, chiuso, fermo nel tempo e lo stordimento dato dalla scoperta della grande città. Sotto il sapiente artigiano Mastro5 (come soleva firmarsi), Totò diventa maschera dell’italiano un po’ agê che cerca di adattarsi alle trasformazioni del dopoguerra.

La banda degli onesti non è solo uno dei migliori film del regista e del comico, realizzato nello stesso anno del capolavoro della Malafemmina, ma anche una delle commedie degli anni cinquanta più importanti nel circoscrivere uno spazio decisivo: quello delle grandi palazzine romane, coacervi di storie incarnate dai più svariati personaggi, centrali in molti film dell’epoca (citiamo almeno Il bigamo, I pappagalli, Padri e figli…).

Qui, miracolo, c’è, una sceneggiatura. Calibratissima, ben oliata, pressoché ineccepibile. Porta le illustri firme di Age & Scarpelli, che conoscevano benissimo Totò sin dacché erano i suoi negri (i creatori di gags, quasi sempre non accreditati): è piena di dialoghi esilaranti, situazioni irresistibili ed ha una fluidità che confina con qualcosa di simile dramma in potenza mai davvero lasciato esplodere se non nelle pieghe di una malinconia ben definita dai volti patiti dei protagonisti.

Storia di gente umile: un portiere con a carico mamma, moglie tedesca e tre figli, che sta per perdere il lavoro perché l’amministratore vuole piazzare al suo posto un amico (al solito un acuto intervento di Memmo Carotenuto), riceve in eredità da un anziano dipendente della Zecca dello Stato l’occorrente per stampare banconote. Convince così altri due sfigati condomini, un tipografo e un pittore, ad aprire una specie di succursale…

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In un certo senso, è la prova generale de I soliti ignoti: un gruppo di proletari che s’improvvisano criminali per sbarcare il lunario, ma che forse non hanno il coraggio di violare la legge. Non ha il portato iconico né la consapevolezza critica del capolavoro di Mario Monicelli, ma si tratta di uno degli ultimi film capaci di sintonizzarsi sui problemi della popolazione urbana sulla soglia della povertà prima dell’omogeneità metropolitana della commedia del boom.

I duetti tra il carnefice Totò e la vittima Peppino (con l’apporto del pacioso Giacomo Furia) rimangono memorabili, con il primo che storpia sempre il cognome del secondo, trasformando l’originale Lo Turco in Gian Turco, Lo Tripoli, Lo Truzzo, Lo Struzzo, Turchetti, Turchese, Lo Crucco: tra tanti apici, impossibile non ridere per la millesima volta di fronte alla proposta al bare e alla produzione dei primi biglietti falsi.

LA BANDA DEGLI ONESTI (Italia, 1956) di Camillo Mastrocinque, con Totò, Peppino De Filippo, Giacomo Furia, Gabriele Tinti, Giulia Rubini, Nando Bruno, Memmo Carotenuto, Luigi Pavese, Gildo Bocci. Commedia. *** ½

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