Una domenica in campagna | Bertrand Tavernier (1984)

C’è una storia? Certo che c’è. Sta a priori, a prescindere. Postula tutto ciò che vediamo, dà il senso ad una visione abbacinante. Oltre il momento. Prima di tutto: è un film sull’impressionismo. Formalmente, spiritualmente. Esteticamente, eticamente. Per come è pensato, dove si sviluppa, quando si riverbera. Una situazione: nei pressi del naturalismo, scorre come l’acqua delle ninfee, con le atmosfere lì a definire la sublime e indolente semplicità del tempo.

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È domenica, il giorno che meglio nasconde l’angoscia sotto l’idillio bucolico. Il narratore onnisciente di ascendenza truffautiana – il film, peraltro, esce nell’anno della morte del regista – espone con la naturalezza dei romanzieri e l’affetto dei memorialisti. C’è una famiglia riunitasi in modo un po’ rocambolesco: a casa del padre arrivano il figlio borghesotto (ovviamente atteso) e la figlia più svagata (ovviamente inaspettata).

Chi è il padre? È un pittore nel cui profilo si irradia trionfala l’immagine di padre e figlio Renoir: se Pierre è un modello limpido e trasparente, quasi Ladmiral fosse un suo avatar, è Jean, il regista, ad essere il nume tutelare dell’operazione. L’idea ha un suo fondamento per la cultura e la cinefilia di Bertrand Tavernier, critico prima che cineasta e viceversa: Una domenica in campagna è anzitutto lo studio su un film e poi un film che studia il suo orizzonte di riferimento.

Un film sulla pittura, certo, su un mondo artefatto che si serve della vita ma gli è indipendente. Ma soprattutto un film sul mestiere del pittore: l’impossibilità di elaborare un nuovo stile personale («è bello il mio giardino, l’avrò dipinto cento volte»), l’imitazione come tentazione dell’artista, l’infinita capacità di scoprire («ha un’infinità di angoli il tuo studio»), il riconoscimento dei propri limiti, l’apprezzamento dell’originalità altrui, la mancanza di autostima, l’amore per cui si può morire, una dichiarazione poetica («ho dipinto solo quello che sentivo»).

Al tramonto della vita, la luce del crepuscolo illumina il viale del tramonto nel posto delle fragole (Jean Aurenche, il cosceneggiatore è in quella stagione anagrafica): il pittore sofista e caotica che vive per la pittura e dipinge per vivere, cercando en plein air i cromatismi anche delle ombre meno appariscenti. «Quando smetterai, Irène, di pretendere troppo dalla vita?»: una domanda lacerante ma sussurrata con la soave leggerezza di chi sotto i capelli bianchi ha un furore creativo che solo la fantasia può amministrare.

La vecchiaia come frontiera dello spirito, racchiusa nel concetto che «a furia di fermarsi a riflettere non si combina niente». Una sua idea di felicità che emerge nell’irrequietezza: da una parte chiede al figlio ingrato uno scatto d’orgoglio rispetto all’appassimento del suo noioso menage borghese; dall’altra, accarezza l’esuberante figlia sbalestrata (grandissima Sabine Azéma), con l’apice della dolcissima fuga interrotta sul balcone, «come un innamorato respinto, perché i dispiaceri si assomigliano un po’ tutti».

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Ogni scena ha qualcosa di unico ed irripetibile, dalla visione d’insieme nell’osteria che contiene le piccole storie di amanti passeggeri alle proiezioni oniriche di ricordi d’infanzia sospese tra il vero e il sognato. La ricerca della purezza, dell’assoluto, della completezza rischiara alla sera: la memorabile camminata nel finale dimostra sopra ogni cosa quanto Louis Ducreux col suo personaggio sia il film stesso. Che colori, che umori, che film.

UNA DOMENICA IN CAMPAGNA (UN DIMANCHE À LA CAMPAGNE, Francia, 1984) di Bertrand Tavernier, con Louis Ducreux, Michel Aumont, Sabine Azéma, Geneviève Mnich, Monique Chaumette. Commedia drammatica. ****

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