L’ultima volta che vidi Parigi | Richard Brooks (1954)

La colonizzazione di un immaginario avviene anche colonizzando direttamente le immagini: andare fuori dai confini nazionali, dalle pareti del dorato incubo hollywoodiano, non solo per ragioni narrative ma anche per avvicinare fisicamente i corpi del divismo a luoghi lontani, perfino esotici. È chiaro che restiamo sempre nella logica dello studio system: ma l’idea di convocare sin dal titolo Parigi, pur ricreata ad Hollywood, è interessante.

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Come l’Italia de La contessa scalza e l’Oriente di L’amore è una cosa meravigliosa senza dimenticare il viaggio di Un amore splendido, la Francia de L’ultima volta che vidi Parigi è il segno di una vocazione al rimpianto che si articola lontano da casa, in spazi esteri ove ci si trova per doveri professionali o circostanze esistenziali. Più che una vacanza si tratta di un elemento che aiuta il coefficiente drammatico del mélo, acuendone la tristezza e il dolore.

Tratto da un racconto di Francis Scott Fitzgerald, è un perfetto esempio di cinema che cova nostalgia per il clima della lost generation, in una Parigi postbellica che si lecca le ferite della guerra ed accoglie americani di stanza lì perché militari o bon vivant. È la storia d’amore tra uno scrittore già tenente e la rampolla di una buona famiglia, naturalmente tormentata e complicata, uno straziante matrimonio tra tradimenti, incomprensioni, dispiaceri, amarezze…

E soprattutto tanto alcol. È impossibile considerare il mélo classico americano senza l’incidenza di quella linea sottile che separa l’alcolizzazione dall’alcolismo. Si beve tanto, tantissimo. Non siamo ancora nei pressi della straordinaria catabasi I giorni del vino e delle rose, il bere è un vizietto tutto sommato ben accettato da tutti questi personaggi che prima di cena si scolano litri di whisky e dopo cena riprendono il discorso anzitempo interrotto.

Il momento in cui la figlioletta porta i bicchieri di latte al padre e al nonno ubriachi è il trionfo di questo mood. E più di Van Johnson, un po’ costretto in un ruolo fin troppo consueto, è proprio il suocero Walter Pidgeon, un mezzo dandy a suo agio nelle feste di beneficienza ma non all’ippodromo, ad avere il ruolo più vitale, più della comunque abbagliante Elizabeth Taylor, diva del filone con una vasta gamma di inquietudini:.

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Con l’evocazione del fondamentale Un americano a Parigi, la bellissima fotografia di Joseph Ruttenberg (nello stesso anno di un’altra fuga dal realismo di Vincente Minnelli, Brigadoon) rispecchia l’idea molto americana di una capitale oleografica in cui gli americani si sentono sbalestrati e senza baricentro: i cromatismi scarlatti e malinconici risentono dell’ostilità geografica e incontrano gli impulsi di questo film sulla memoria, sui fantasmi, su ciò che è stato e non potrà più essere.

Mélo in purezza, con Eros e Thanatos che comandano e guidano le azioni dei protagonisti, è un altro esempio della grandezza di Richard Brooks, cineasta clamoroso nel dosare chirurgicamente gli elementi del genere anche quando non l’affronta direttamente. Un poeta dell’infelicità anche nei dettagli, come si evince dal personaggio di Donna Reed, che usa la bambina per vendicarsi del suo amore fallito confinante con l’odio.

L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI PARIGI (THE LAST TIME I SAW PARIS, U.S.A., 1954) di Richard Brooks, con Elizabeth Taylor, Van Johnson, Walter Pidgeon, Donna Reed, Roger Moore, Eva Gabor, Kurt Kasnzar. Mélo. ***

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