un altro sessantotto – 7 | Scusi, facciamo l’amore? | Vittorio Caprioli (1967)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Bene, Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Da una parte: I pugni in tasca, Prima della rivoluzione, Il giardino delle delizie. In mezzo: Grazie, zia. Dall’altra: Il giovane normale, Tò, è morta la nonna!, Scusi, facciamo l’amore?. Di cosa parliamo? Di borghesia. Alta, spesso altissima. E di contestazione. Cosa c’entra Vittorio Caprioli col Sessantotto? Niente. O forse tutto. Siamo nel 1967, un passo indietro, magari due. Il punto è questo: annusare nell’aria del tempo il presagio di un’eversione.

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Ci sono la faccia, il corpo, i nervosismi di Pierre Clémenti. Nella sua immagine, la malinconia tossica di un maudit d’alto bordo, il versante romantico di un’esistenza votata alla tragedia, la frequentazione con i grandi autori del suo tempo e le cronache del sottosuolo, i capitali usati per veicolare l’avanguardia. Bello, emaciato, elegante: il protagonista ideale di questo straordinario racconto sulla borghesia decadente, viziosa, oziosa. Prima della rivoluzione, per l’appunto, ma già dentro: la politica del desiderio.

Indossa con indolenza un nome assurdo: Lallo di San Marciano. Nobile d’antico lignaggio, dunque senza il becco di un quattrino. Ha appena perso il padre: gli tolgono perfino la briga di ucciderlo, come i suoi coetanei bramavano seguendo gli slogan ribelli. Eppure non c’è sovvertimento che tenga di fronte all’ereditarietà: tale padre tale figlio, mantenuto era il primo e mantenuto sarà il secondo, è scritto sulle stelle cioè le volte delle grandi case che l’accolgono.

Che regista, Caprioli. Attore strepitoso, certo, ma quello lo sappiamo. Al debutto, un capolavoro: il memorabile Leoni al sole. E poi Parigi o cara, manifesto queer in gloria della divina Franca Valeri, moglie complice. I cuori infranti, uno scherzo ma anche un quasi manifesto poetico. E dopo Scusi… ecco Splendori e miserie di Madame Royale, il suo vero film sessantottino: archetipo grottesco sui perdenti travestito da camp movie (per quanto coraggioso).

Alla base di Scusi… c’è ancora il sesso, motore del suo cinema struggente e beffardo: com’erano agognato e non consumato in Leoni e mercificato o emancipato in Parigi, qui siamo sulla mediana, nei pressi della temperie erotica che avrebbe sviluppato il giovane Salvatore Samperi, con un’acidità che non sarebbe dispiaciuta ad Alberto Lattuada e senza l’effettivo piacere viveur di Pasquale Festa Campanile. Mai un moralismo, mai una lezioncina.

Attraverso il sesso, Lallo trova un (illusorio?) posto nel mondo: salta di letto in letto per accontentare le lussuriose ed annoiate amiche della zia – ma anche con la parente intrattiene una relazione – e garantirsi una sicurezza economica che gli sarebbe altrimenti preclusa. Un gigolò d’alto bordo, un insider, un toy boy, l’ultimo giocattolo delle signore bene in una Milano un po’ in piena moda optical e un po’ di viscontiana decadenza.

In questo mondo chiuso, soffocante, sull’orlo del baratro (morale), c’è spazio per un cameo che dà il senso grottesco di una malinconia nera: è quello di Massimo Girotti, volto non a caso del cinema di Visconti, maturo playboy devastato dal tempo che scorre, alla rincorsa delle ultime manie (il travestimento da Batman, altra spia del gusto del camuffamento di Caprioli), fugacemente chiamato ad illuminare il peregrinare sessuale di Lallo di un imprevisto brivido omosessuale.

E c’è spazio anche per l’iconica Franca Valeri, autrice della sceneggiatura assieme al regista e al visconti ano (ancora, sì) Enrico Medioli, nei panni sardonici di un’arcigna governante: «i soldi sposano i soldi», dice, «almeno a Milano», offrendo una chiave di lettura interessante nello scandagliare una città che il nostro cinema romanocentrico ha sempre visto come macchina del capitale, dedita al lavoro fino all’alienazione, epicentro del mantra “vizi privati e pubbliche virtù”.

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Non ci si spingerà nel dire che si tratta di un film sessantottino, anche perché sarebbe sbagliato. Ma è indiscutibile quanto, nei perimetri mobili della commedia di costume, Caprioli imponga una visione fluida dei rapporti sessuali, un’asprezza elegantissima e perfida nel trattare il declassamento e il tema balzachiano del denaro, un’agile disinvoltura nella direzione degli attori (nel defilé femminile, una menzione alla mamma Valentina Cortese).

SCUSI, FACCIAMO L’AMORE? (Italia, 1967) di Vittorio Caprioli, con Pierre Clémenti, Beba Loncar, Carlo Caprioli, Valentina Cortese, Massimo Girotti, Franca Valeri, Edwige Feuillère, Juliette Mayniel, Claudine Auger. Commedia drammatica. ***

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