Recensione: Il vizio della speranza

IL VIZIO DELLA SPERANZA (Italia, 2018) di Edoardo De Angelis, con Pina Turco, Massimiliano Rossi, Marina Confalone, Cristina Donadio, Marcello Romolo. Drammatico. **

C’è un momento in cui Il vizio della speranza dimostra tutti i limiti del suo immaginario già di per sé abbastanza autoevidente. Potremmo perfino elencare e catalogare tutte le occasioni che obbligano il film alla sua vocazione simbolica, ma il cinema non è roba da ragionieri. All’improvviso, Maria, in fuga con la sua cagna (quale può essere il suo nome se non Cane?) verso una nuova e forse impossibile vita col bambino che porta in grembo, vede una serpe.

Risultati immagini per il vizio della speranza

Chiaramente il rettile – che di suo non fa mai presagire nulla di buono – messo lì, in quel preciso istante, assume una dimensione allegorica che è quasi il punto di non ritorno della storia: può essere mai destinata alla felicità questa povera donna? Nel film di Edoardo De Angelis tutto è inserito in una visione organica nella quale ogni elemento è in funzione dell’altro per tracciare i confini di una parabola forse un po’ troppo programmatica.

Al soldo di una megera e cinica trafficante di neonati dedita all’eroina che tutti chiamano zia Marì, Maria, stuprata da bambina e segnata per sempre, resta clamorosamente incinta non si sa bene di chi. Non potendo contare su nessuno, tantomeno su mamma e sorella, scappa presso una comunità di prostitute nere (ci sono Fatima e Virgin, giusto per rimarcare la prospettiva mariana) e poi conosce – riconosce – un ex giostraio tenuto ai margini della e dalla comunità («è un pover’uomo» sentenzia zia Marì; «è un brav’uomo», corregge Maria).

Si lascia, insomma, contagiare da «‘sta strunzata della speranza» (lo dice zia Marì: Marina Confalone, strepitosa, vale il prezzo del biglietto), che la prende senza preavviso nel degrado assoluto bagnato dal Volturno (una scritta luminosa evoca l’insegna dell’inferno dantesco), illudendola che la vita possa essere diversa da quell’orizzonte di squallore che è l’unico da lei conosciuto.

Che peccato notare ne Il vizio della speranza – sin dal titolo che cita Giorgio Scerbanenco e denuncia subito l’evidenza del suo impianto teorico – quanto lo sguardo di De Angelis, al quarto film, sia già intriso di maniera, quanto ricorra ad un facile repertorio di corpi offesi e spazi desolanti ai limiti del kitsch (davvero la carceriera pelata? davvero la ragazzina col bastone tipo pastorello? davvero il presepe e la grotta? davvero il cavallo che corre selvaggio?).

Risultati immagini per il vizio della speranza

È un peccato che finisca perfino col rasentare una dimensione estetizzante, appoggiandosi sulle comodità di una scrittura alquanto didascalica («Deve essere bello dormire per sempre», dice la mamma narcolettica; «Io non ti sveglio più!») e cedendo a metafore religiose oltremodo funzionali: più che estendere l’universo malsano di Indivisibili, sembra soffocarlo in nome della parabola schematica e prevedibile, con le poderose musiche di Enzo Avitabile che qua e là sembrano venire in soccorso di un film un po’ deboluccio.

Un pensiero riguardo “Recensione: Il vizio della speranza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...