Italia ’50s – 29 | L’arte di arrangiarsi | Luigi Zampa (1954)

Tra gli epicentri di tutto il cinema italiano degli anni Cinquanta, L’arte di arrangiarsi è fondamentale per almeno tre motivi. È, anzitutto, il terzo ed ultimo capitolo della trilogia sull’italiano medio pensata da Vitaliano Brancati per la regia di Luigi Zampa dopo gli ancor’oggi clamorosi Anni difficili e Anni facili. Si tratta, poi, l’ultimo copione scritto dal grande Brancati, morto nell’anno stesso in cui uscì L’arte di arrangiarsi.

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Infine, segna il primo, vero appuntamento di Alberto Sordi con quella straordinaria narrazione di del e sull’italiano medio che è stato il suo più grande merito. Alla fine di questa serie, l’ingresso di Sordi sembra provvidenziale, funzionando quasi da aggancio con ciò che avrebbe continuato a reinterpretare negli anni del boom economico, un’anticamera o un parente diretto dei suoi personaggi cinici, gretti, ambiziosi, opportunisti, qualunquisti, galli cedroni.

Strutturato come un’antologia di episodi che ben raccontano la mutazione genetica del popolano calcolatore, trasformista, rampante, squalliduccio, è un one man show sapientissimo sugli uomini adattabili a tutte le stagioni, che si esalta grazie alla scrittura di Brancati (coadiuvata da Ennio Flaiano: non accreditato, ma si sente) e alla regia di Zampa, uno dei registi prediletti da Sordi per la carismatica capacità di controllo del divo (pensiamo a Il vigile, Il medico della mutua, Contestazione generale, Bello, onesto, emigrato Australia…).

Prima di Mafioso, Sordi si misura con la Sicilia esplorando la Catania che, nella satirica lettura di Brancati, diventa ombelico del mondo, in cui le tensioni della nazione esplodono mentre la Storia procede furibonda. Prima monarchico in tempo di guerra, fascista quando il Duce è al suo apogeo, dunque comunista dopo la Liberazione, infine democristiano per accontentare l’amante, è un personaggio che cavalca mezzo Novecento senza sconti.

Punto d’arrivo di un percorso a cui soprattutto l’umorismo civile di Zampa deve molto, L’arte di arrangiarsi ha tutto il suo spirito nel titolo. Non si ravvisa alcuna concessione alla pietà né indulgenze plenarie di sapore cerchiobottismo, il tono è così spudorato da lasciar sprigionare un’acidità di rado ritrovata nel cinema italiano, battendo una strada impervia in cui il grottesco è una sponda elettiva.

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Tra le prime commedie – nonché tra le meno ricordate – a farsi beffa dei riti e miti del fascismo, fin lì convocato come sottotesto nostalgico per definire i caratteri di personaggi sgradevoli (il “quando c’era lui…”, insomma), è anche spietata nei confronti delle pratiche contemporanee ma in realtà stabili nel tempo, come i film creati ad hoc per lanciare le amanti aspiranti attrici o i giri di corna legati a calcoli politici.

Per la capacità di installarsi in un orizzonte culturale che nell’arco di un secolo non cambia di una virgola, la sequenza della cena organizzata per corrompere il miope ingegnere, oltre ad essere uno strepitoso meccanismo comico, vale a tutt’oggi come manifesto di un certo modo d’intendere la cosa pubblica. Non del tutto capito all’epoca, oggi un classico tanto spassoso quanto scomodossimo, preludio dello spirito della commedia all’italiana.

L’ARTE DI ARRANGIARSI (Italia, 1954) di Luigi Zampa, con Alberto Sordi, Marco Guglielmi, Franco Coop, Luisa Della Noce, Franco Jamonte, Elena Gini, Elli Parvo, Armenia Balducci, Carletto Sposito, Giacomo Furia. Commedia. *** ½

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