Improvvisamente l’estate scorsa | Joseph L. Mankiewicz (1959)

Già solo l’ingresso in scena di Katharine Hepburn – di bianco vestita, vergine fallace, perché così piaceva al marito – è spettacolare, fuori dal tempo ed incarna bene l’assenza di termini per definire chi perde un figlio. Si parte da qui, da questa latitanza lessicale che indica con raro clamore straziante l’indicibilità del dramma, e su questo registro agisce una storia fondata sul concetto di rimozione.

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Incubo gotico e barocco ai limiti del kitsch sull’alienazione e la lobotomia, immerso in una giungla turgida e terrorizzante che manifesta quanto la natura possa essere sinistra, malata, crudele, che ha il suo emblema nella Venere carnivora, divoratrice come la dea dell’amore. Film di fantasmi: il morto è il figlio che ha perduto Violet Venable (Hepburn: che nome!), un poeta che naturalmente muore giovane come tutti i poeti e chi è caro agli dei.

Film malato, non solo per il dominio incontrastato del complesso di Edipo: «dementia precox: che bello questo nome per una malattia!». È sempre una questione lessicale, il bisogno di trovare i termini più precisi per determinare ciò che più ci turba. Tutto è cominciato l’estate scorsa, improvvisamente… E dopotutto non sta tutto nel titolo: l’inatteso lampo che sconvolge la stagione più distesa.

Decadenza, decadentismo. Sebastian, il convitato di pietra o l’assente più presente che si sia mai visto in un film (esagerazione, ma rende l’idea), ha visto il volto di Dio: l’orrore della verità come proiezione di una realtà vorace. I divoratori di carne conquisteranno il mondo. O quel che resta di esso. Una riflessione sull’amore e soprattutto sull’odio: «qualcosa di orrendo deve essere capitato a quella ragazza… come se avesse voluto rimuovere i ricordi».

Dentro una ragnatela che è la memoria da ricostruire, una terapia d’urto per scandagliare le zone d’ombra dell’animo umano tra rimpianti, ricordi, rimozioni; e in più slalom spericolati tra i vincoli idioti della censura preventiva: la quintessenza del mélo si esalta nella scrittura travolgente del vate Tennessee Williams peraltro splendidamente rimaneggiata dal secondo occhio nientemeno di Gore Vidal, nella superba regia di Joseph L. Mankiewicz che del genere è un incredibile battitore libero (Lettera a tre mogli e La contessa scalza sono due poli paradigmatici).

C’è tutto: l’incubo della lobotomia, i segreti di famiglia, una madre tirannica, una ragazza che si ammala di dolore, il ballatoio sulla folla, il problema della verità alterata dalla mente. Difficile dimenticare le urla di Elizabeth Taylor, una donna che viene usata per attrarre uomini che pensano ad altro. Lo psichiatra Montgomery Clift soffre per interposta persona, in una geniale scelte di casting sul non-detto di un’industria.

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Grazie alla strepitosa sapienza della Hepburn, Violet è una delle presenze più allucinanti del mélo di sempre. La sua uscita di scena è da brividi, col ritorno nell’olimpo della follia. La redenzione è impraticabile, le bestie abiteranno sempre nel cuore, liberarsi dai fantasmi come un’illusione senza fondo quanto quella di relegare ogni cosa alla stanza dei ricordi. Psicanalisi oggi forse un po’ facilotta, ma impossibile non restare avvinti dallo straripante camp di questo clamoroso mélo.

IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA (SUDDENLY, LAST SUMMER, U.S.A., 1959) di Joseph L. Mankiewicz, con Katharine Hepburn, Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Albert Dekker. Mélo noir. ****

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