Recensione: Troppa grazia

TROPPA GRAZIA (Italia, 2018) di Gianni Zanasi, con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Rosa Vannucci, Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi, Teco Celio, Daniele De Angelis. Commedia. ***

Tra le questioni ricorrenti meno notate nel recente audiovisivo italiano (anche nella letteratura, nella musica, nel teatro… ma limitiamoci a cinema e serialità), una delle più interessanti è la rinnovata attenzione a quanto di inspiegabile connota una realtà che, in quanto controllabile e perfino controllata, ci convinciamo essere sempre più comprensibile. E ci scopriamo, invece, piuttosto vulnerabili.

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È in questo solco che molti autori si muovono con ammirevole sprezzo del pericolo, affrontando temi impegnativi come la reincarnazione (Alice Rohrwacher in Lazzaro felice), le madonne piangenti (Niccolò Ammaniti nella serie Il miracolo), la misericordia (Pupi Avati nel tv movie Il fulgore di Dony). Sono solo alcuni esempi di una tendenza alla quale non è estraneo il Gianni Zanasi di Troppa grazia, autore ai margini e dallo sguardo autentico, da sempre cantore di anime sbalestrate.

Con un coraggio che certo gli fa onore e lo rende autonomo rispetto a colleghi più prolifici, trova un folle equilibrio nel definire i contorni di una commedia più lunare che fantastica, in cui la precarissima geometra Lucia, costretta a firmare le visure catastali di un terreno dove dovrebbe sorgere una maxiopera pubblica chiamata l’Onda, vede la Madonna. Letteralmente. Un’apparizione visibile solo ai suoi occhi. E ai nostri.

Sembra una banalità, tuttavia è proprio qui che Troppa grazia individua la sua chiave, agendo dentro una fluidità che ci chiede di accettare qualcosa che le persone attorno a Lucia non vedono né vogliono assecondare, più spaventati dalle conseguenze terrene dell’evento soprannaturale (la Madonna chiede a Lucia di edificare una pura chiesa nel luogo della corrotta Onda) che spiazzati dall’incapacità di poterlo comprendere.

Nella canzone dei titoli di coda, composta da Niccolò Contessa de I cani, scopriamo le coordinate per orientarsi nel racconto: «dentro i fili d’erba / tra le crepe dell’asfalto / nello spazio vuoto / ho creduto di vedere anch’io / qualcosa che non c’è». Tra la natura idillica e l’intervento dell’uomo, è la storia di uno stupore, di una richiesta di fiducia, di collocarsi in un mondo che pare andare nella direzione opposta a quella più umana.

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Ed è infatti umanissimo ed eccentrico, Troppa grazia, che ragiona sul confine tra visibile e credibile e, con il contributo fondamentale della fotografia solare eppure arcana di Vladan Radovic, fa emergere lo straniamento di una donna che deve combattere anzitutto col proprio sguardo, rendendo verosimile ciò che la lente del realismo imporrebbe di relegare al misticismo più improbabile.

In questo senso, utilizza benissimo Alba Rohrwacher, lontano dal cliché intenso e riflessivo vicino allo stereotipo, rivelando tonalità nuove nel calibrare meraviglia ed ironia, sia quando combatte invano con il potere ingordo (il corpo di Giuseppe Battiston) che con quello divino (la Madonna manesca). Creando ponti con le sue precedenti esperienze, viene da dire che il cinema di Zanasi continua a chiedersi se davvero la felicità sia un sistema complesso; e, un attimo dopo, ci consiglia di non pensarci troppo.

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