Recensione: Santiago, Italia

SANTIAGO, ITALIA (Italia, 2018) di Nanni Moretti. Documentario. ****

Lo ripete due volte: «Io non sono imparziale. Io non sono imparziale». È l’unico momento in cui appare in scena, laterale, di profilo, quasi a negare l’antica convinzione che lo vuole egocentrico («spostati e fammi vedere il film!»). Ha appena intervistato, in carcere, un militare cileno che, nonostante la condanna, continua a negare le torture e chiede alle vittime perdono, a patto che anche loro chiedano a lui perdono.

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È un momento surreale e naturalmente fastidioso e non c’è bisogno di spiegarne il motivo. E proprio per questo entra in scena lui, Nanni Moretti, che, oltre ad essere lo sguardo sulla cui prospettiva si muove Santiago, Italia, entra in azione – con tutto ciò che comporta la sua figura: il portato culturale, l’immagine iconica, la rappresentatività generazionale – calandosi anche nei panni dello spettatore. Come reagire alle menzogne, alle reticenze, alle omissioni se non mettendoci la faccia?

Ecco, ciò che definisce lo scarto tra Santiago, Italia e il suo “genere” (il documentario, peraltro da noi nella sua stagione di massima gloria) è esattamente lui stesso, col suo corpo che occupa l’incipit dove osserva il panorama della città cilena e il confronto con l’ex militare. Va da sé che qui, pur ascoltando le ragioni dell’altro (per quanto con quello sguardo sprezzante, scettico, irremovibile), sa di essere in una posizione di forza: e lo sa al punto di potersi concedere quella frase, buttata lì con consumata sensibilità retorica nel dosare i tempi tecnici e reiterata per sottolinearne l’irriducibilità di un pensiero caparbio.

In questo film apparentemente di passaggio, quasi occasionale, Moretti compie qualcosa di inatteso e struggente: rendere omaggio all’Italia e al suo popolo attraverso una storia a prima vista lontana. L’Italia, infatti, fu l’unico Stato a non riconoscere la dittatura militare di Pinochet, instaurata dopo la violenta defenestrazione del presidente democraticamente eletto, il socialista Allende, e riuscì ad aiutare i dissidenti prima accogliendoli nell’ambasciata locale e poi come rifugiati sul suolo italiano.

Moretti intervista i giovani di allora, diventati professionisti o pensionati e perlopiù integratissimi nella società italiana, grazie a quel naturale spirito di solidarietà di cui il popolo italiano è capace specie quando percepisce il sopruso e l’ingiustizia e non è guidato da chi fomenta la paura e l’odio. Naturale che stia parlando dell’oggi, senza omettere che quell’accoglienza avvenne in un Paese che, negli anni settanta, aveva altresì non pochi problemi tra austerity economica e terrorismo interno.

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Questi dati, in Santiago, Italia, non sono espliciti: restano a monte, affiorano inconsciamente nel corso della narrazione per restituire in modo ancora più forte la coraggiosa iniziativa dei diplomatici italiani. Con una messinscena essenziale, Moretti dà voce a loro, intervenendo qua e là giusto per dare qualche raccordo, mettendoci di fronte ad un’emozionante raccolta di memorie che omaggia chi è riuscito a non abbandonare l’umanità e soprattutto rende giustizia a chi non ce l’ha fatta.

In questo senso, tra le comunque tutte fondamentali testimonianze, restano impresse quelle del grande regista Patricio Guzmán, un cineasta la cui opera andrebbe rivista ogni giorno, e delle donne che raccontano torture e privazioni per esorcizzare il dolore e ricordare per sempre ciò che è stato. Impossibile non commuoversi di fronte al ricordo di certe figure dimenticate dalla storia come uno dei pochi preti non allineati o il cadavere della ragazza gettato oltre il muretto. Impossibile non sentirsi coinvolti, intimamente partecipi, in questo laico e dolente atto di cinema fieramente politico e dalla parte giusta.

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