Recensione: Natale a 5 stelle

NATALE A 5 STELLE (Italia, 2018) di Marco Risi, con Massimo Ghini, Ricky Memphis, Martina Stella, Paola Minaccioni, Andrea Osvart, Massimo Ciavarro, Riccardo Rossi, Biagio Izzo, Ralph Palka, Roberta Fiorentini. Commedia. ** ½

disponibile su Netflix

Due modi per approcciarsi a Natale a 5 stelle. Il primo: la distribuzione. Malgrado l’etichetta “un film originale Netflix”, in realtà il film è prodotto da Lucky Red, International Video 80 e RTI Mediaset. C’erano difficoltà nell’uscita in sala? Assolutamente no. E, allora, fuor dai denti: perché questo film si trova su una piattaforma streaming e non al cinema? Detto altrimenti: perché Netflix ha promosso un’operazione di questo tipo?

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Il secondo: è l’ultimo lavoro dei fratelli Vanzina. Enrico è ancora vivo, certo, ma Carlo non c’è più. Per motivi contrattuali, la sceneggiatura è firmata solo dal primo, ma al secondo non solo è dedicato il film ma è accreditata anche la paternità (“un film di Carlo Vanzina” come Amici miei diretto da Mario Monicelli era “un film di Pietro Germi”). Ed è interessante che il commiato di una coppia fondamentale per il cinema popolare italiano degli ultimi quarant’anni avvenga lontano dalle sale.

È un altro dato utile per capire che, no, non sarebbe stato difficile per Natale a 5 stelle trovare una distribuzione classica e riscuotere anche un discreto successo, specie in virtù della sua toccante dimensione “terminale”. A ben vedere, l’iniziativa di Netflix è piuttosto singolare, diversa da quella che ha caratterizzato l’altro film italiano distribuito in streaming quest’anno, Rimetti a noi i nostri debiti: se lì c’era l’intenzione quasi di proteggere un film ostico e rischioso, qui ravvediamo almeno due peculiarità.

Da una parte, la conferma che Netflix non ha una vera linea editoriale e si pone come un network generalista in cui convivono i contenuti più disparati e non necessariamente migliori di quelli proposti dalle emittenti classiche. Dall’altra, la scelta di puntare sui Vanzina in clima natalizio sia per intercettare nuove categorie di utenti sia per trasmettere in tutto il mondo una certa idea di commedia veicolata dal Vanzina touch.

Il Natale c’entra e non c’entra, comunque. Qualche addobbo, una manciata di gags, stop. C’è un commercialista improvvisamente diventato premier (sì, proprio quello lì), ostaggio delle telefonate dei suoi due vice (Luigi e Matteo), mandato in Ungheria per un’improbabile visita di Stato (ma ad accoglierlo c’è solo il sottosegretario agli Esteri…), che vorrebbe cogliere l’occasione per incontrarsi con una procace deputata toscana dell’opposizione (sì, proprio quella lì) e invece si ritrova in un’assurda catena di equivoci.

Natale a 5 stelle è tanto una commedia nazionale, profondamente ancorata a temi italiani, quanto un prodotto sovranazionale. Lo è per tre motivi: si tratta di una pochade dallo spirito molto europeo, a tratti una commedia viennese; il modello a cui si ispira, ovvero Out of Order di Ray Cooney, è un classico teatrale dallo schema solido e codificato, leggibile dai pubblici di tutto il mondo; l’ambientazione a Budapest, pur quasi solo nominativa perché accade più o meno tutto in albergo, è anodina ed esotica quanto basta.

In questo senso, la regia di Marco Risi, un grande professionista coinvolto in quanto amico di Carlo Vanzina, dona al film un passo meno frenetico del solito, più compassato e perfino elegante: non è peregrino pensare che rivolga lo sguardo alle regie più mature del papà Dino, quelle delle commedie di costume tra gli anni settanta ed ottanta, dove convivano lo scetticismo e l’umorismo, il pessimismo e lo sberleffo.

In fondo, Natale a 5 stelle è un oggetto bifido: per un verso, cerca di raccontare il Paese unendo le strategie dell’instant movie con la tradizione della nostra commedia addirittura da avanspettacolo, tra amanti nascoste negli armadi e seccatori mascherati; per un altro, ne constata l’impossibilità ricorrendo alla farsa, agognando le atmosfere di un mondo perduto, con un sottotesto malinconico che contraddistingue tutti quei film che hanno la coscienza di essere dentro la fine di qualcosa.

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L’idea che i personaggi siano ispirati ai veri politici, pur con nomi diversi, è vecchia come il mondo, tra le allusive riviste del dopoguerra e i calchi grotteschi da Bagaglino; ma Enrico Vanzina, troppo intelligente per non saperlo, la sposa proprio come unico metodo per prendere commiato da una certa idea di fare umorismo sulla società, senza filtri e addirittura ai limiti di un pecoreccio comunque elegante, perché solo così si può raccontare un’epoca volgare e tutto sommato triste.

Sotto la facciata di una commedia senza ritegni né peli sulla lingua nell’annotare battute e calembour sull’attuale caos politico e dare spazio ad istrioni in gran spolvero (Massimo Ghini sguazza in questi ruoli) e caratteri gustosi (Riccardo Rossi, Roberta Fiorentini), Natale a 5 stelle – no, non è un cinepanettone – si rivela un ultimo atto, una comica finale che è al contempo parodia e parafrasi, una scatenata e controllata operazione teorica in omaggio ad un cinema ormai scomparso.

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