Recensione: Ride

RIDE (Italia, 2018) di Valerio Mastandrea, con Chiara Martegiani, Renato Carpentieri, Arturo Marchetti, Stefano Dionisi, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi, Walter Toschi. Drammatico. ***

Ad un certo punto, attraverso una nota vocale memorizzata nel cellulare, riemerge una voce. È quella di Mauro, che è morto sul lavoro troppo giovane. Mentre la sua immagine rivive nei ricordi altrui – la prima fidanzata, gli amici che stanno per separarsi, il vecchio compagno di squadra – c’è Carolina, la vedova, che non riesce a soffrire. Prova a piangere ascoltando una canzone triste, con i fazzoletti pronti in mano, ma niente.

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Poi, all’improvviso, riascolta la sua voce. Un messaggio normale, senza particolari presagi, dove Mauro canticchia quella che forse è la colonna sonora del loro amore. È una cantatina a cappella, affettuosa e sorridente. Alla fine, E sei così bella di Ivan Graziani la sentiamo nell’esecuzione del grande cantautore abruzzese, così poco frequentato dal nostro cinema che saccheggia senza remore il canzoniere italiano: «La mia vita è tua / e anche quando non ci sei / ed in mille occasioni / sprofondarmi vorrei».

Provate a risentirla, quella canzone. E troverete la voce interiore su cui si modula Ride, l’esordio di Valerio Mastandrea. Potremmo perfino riflettere su quanto questo grande attore alla prima esperienza di regia nel lungometraggio sia da sempre affine allo spirito di Graziani: malinconico però ironico, nostalgico eppure curioso, poetico e un attimo dopo terreno. «Mi tieni stretta la mano / a guidarmi sei tu / mi ripeto con gli occhi: “cosa cerchi di più?”», dice: c’è tutto Ride, qui dentro.

Ciò che non si vede, ciò che sarà: tant’è che questo film dedicato “a chi resta” non mette in scena il dolore ma tutto ciò che comporta. Ne è l’anticamera, il principio, l’annuncio. Carolina ha bisogno di riconfigurare l’immagine, il fantasma del suo Mauro per poter accedere alle lacrime, alla disperazione. Mastandrea, infatti, sceglie di farcela vedere nell’arco della giornata che precede i funerali, chiusa nell’appartamento, con la finestra che si apre sul mare di Nettuno.

In realtà, si tratta di un film tripartito. Tre volti. Tre preludi al dolore. Lei, certo. E poi il figlio, Arturo, che vuole farsi prestare la tuta nera del Borussia per il funerale, prepara con l’amichetto un copione da recitare nelle interviste dell’indomani con la televisione, spera che la funesta ribalta possa essere l’occasione per entrare in contatto con una ragazzina che gli piace. Non capisce, non sa gestire ciò che sta accadendo, si scontra con la mamma.

E poi il padre di Mauro, che abita sulla spiaggia, ha fatto l’operaio e frequenta ancora i compagni di lavoro e di lotta sindacale. Se c’eravamo noi, gli dice un amico, la fabbrica la facevamo chiudere. È un personaggio complesso, questo anziano: sa che la battaglia è perduta, che, no, gli operai non sciopereranno perché la solidarietà di classe non esiste più, ma sa pure che anche la guerra è finita con la sua sconfitta. Una guerra personale, familiare, con un figlio mai amato e l’altro amato male.

Si può amare male? Per eccesso, per difetto. A sproposito, per motivi sbagliati. Mastandrea è così misurato da non darci risposte calate dall’alto. La sua è una regia pudica, rispettosa, sobrissima, che si mette sulla lunghezza d’onda di chi non sa – non vuole, non può – esprimere i sentimenti meno controllabili. È un film, Ride, che monta il dolore fino a renderlo intollerabile, apparentemente senza fare nulla di straordinario. Anzi: scegliendo proprio l’ordinario.

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Ordinary people, verrebbe da dire, gente comune. Tra i meriti meno evidenti del film c’è un’attenzione non banale al proletariato contemporaneo: un mondo fatte di meste paste asciutte e tute consunte, unghia finte e tavoli che finalmente non sembrano usciti da showroom, ma anche dominato da una tensione melodrammatica che ha poco di esplosivo e molto di intimo, che ha bisogno dei suoi tempi per uscire dall’attesa e scontrarsi con il dolore.

Ci sono molte cose, in Ride, addirittura troppe per un’ora e mezza che ha sia l’ambizione di dare un quadro sociale attraverso un dramma specifico sia la volontà di scandagliare con rispetto il privato più imperscrutabile. Un racconto morale, puro, straniante, che corre rischi altissimi e non sempre sa trovare bene il baricentro della narrazione. Ma poi c’è Ivan Graziani, che quando dice «e sei così scema / che più scema non c’è / ma sei così bella / che per te morirò» ti lascia un sorriso bagnato da una lacrima, cioè tutto ciò che vuole essere Ride.

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