un altro sessantotto – 10 | Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato | Florestano Vancini (1971)

un altro sessantotto. a differenza di altre cinematografie, forse quella italiana ha raccontato meglio quest’epoca stando di lato, interpretando un momento complesso attraverso apologhi allegorici, storie di un quotidiano problematico, commedie dal sorriso al contrario. nel pensare a questo punto di svolta della società, vengono in mente i film di Bellocchio e Bertolucci e Pasolini e i Taviani anche al di là dei loro effettivi esiti. e poi Bene, Cavani, Maselli, Agosti, i sommersi Frezza, Da Campo, Bruno più o meno riconciliati… a noi interessa affrontare un cinema meno esplicito, più diagonale ed obliquo, oggi forse ancora capace di dirci qualcosa su quel grande cambiamento…

i film del 1968 (o giù di lì), in un percorso parallelo a quello consueto.

Forse non è del tutto corretto, eppure è impossibile non notare quanto la filmografia di Florestano Vancini abbia una cesura che si può individuare proprio attorno alla stagione del Sessantotto. In realtà il suo personale Sessantotto lo trova già nel 1966, quando con l’autobiografia sbilenca Le stagioni del nostro amore raccontava la crisi dell’intellettuale di sinistra in un Paese non corrispondente ai sogni di gioventù e peraltro ai primi vagiti della contestazione giovanile.

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E in fondo il riflessivo Vancini è tra i registi italiani più attenti a sentire l’aria del tempo: pensiamo solo alla dirompenza dell’esordio La lunga notte del ’43, uno dei primi film a ripensare il frangente – fino ad allora quasi tabù – del fascismo in provincia o al capolavoro La banda Casaroli, sapiente crime nebbioso che rievoca la recente cronaca nera. Ma è dopo il Sessantotto che Vancini trova una dimensione assai interessante.

Molto diversi tra loro, La violenza: quinto potere, Bronte e Il delitto Matteotti affrontano tre argomenti scomodi (il primo è un legal thriller all’americana sulla mafia, il terzo è una scrupolosa ed accorata ricostruzione del crimine fascista) tenendo ben presente e al contempo rielaborando il grande tema del cinema di quegli anni: la verità inafferrabile, nascosta ed omessa per i calcoli politici di un sistema di potere malsano.

Bronte è chiaramente figlio della stagione sessantottina. Nell’idea di esplorare i lati oscuri del Risorgimento c’è tutto il bisogno antiretorico di mettere in crisi la narrazione ufficiale, dando voce non tanto agli sconfitti quanto agli umiliati e offesi. Se circa un decennio anni prima la commedia all’italiana si era impegnata a smitizzare la (vana)gloria di una patria posticcia con La grande guerra e Tutti a casa, sembrava giunto il momento di andare all’origine del problema.

E se circa un decennio prima Roberto Rossellini con Viva l’Italia! aveva officiato il centenario dell’Unità, mentre Luchino Visconti ne Il gattopardo incrinava il quadretto idilliaco dal punto di vista aristocratico, ecco che Vancini toglie la polvere da un evento la cui memoria è vittima della reticenza nazionale. Più che chiaro, il sottotitolo è già un atto d’accusa, una denuncia da contoinformazione militante.

In sede di sceneggiatura si fa assistere da Fabio Carpi e da due siciliani: l’uno è Nicola Badalucco, da poco giunto al cinema dopo anni passati come giornalista organico al Partito Socialista; l’altro è nientemeno che Leonardo Sciascia, al primo vero impegno cinematografico dopo una vecchia collaborazione allo script di La smania addosso nonché all’indomani degli adattamenti dei suoi libri A ciascuno il suo e Il giorno della civetta.

C’è una nobile “pezza d’appoggio” a cui si riferiscono per costruire questa straordinaria inchiesta storiografica: è la novella Libertà di Giovanni Verga, che già descriveva i tragici fatti di Bronte. Un paese siciliano in cui, ai primi d’agosto del 1860, esplose una rivolta popolare che Giuseppe Garibaldi pensò bene di sedare inviando sull’isola Nino Bixio. Chiamato a giudicare circa centocinquanta persone accusate di saccheggi ed omicidi, un tribunale di guerra ne condannò a morte cinque, che in seguito si rivelarono innocenti.

Pur senza eccedere, Vancini sceglie una messinscena insolitamente spettacolare, tra eloquenti primi piani che trasmettono la furibonda esagitazione di quei caldissimi giorni (le gocce di sudore) e totali en plein air in cui la calura si mischia alla polvere. Con un piglio quasi da western (qualche anno prima aveva diretto, sotto pseudonimo, I lunghi giorni della vendetta), compie un’operazione coraggiosa in cui la forma è al servizio dell’indignazione.

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Pensato come sceneggiato per la Rai, girato in Jugoslavia nel 1970 e proiettato fugacemente al cinema nel ’72, fu trasmesso in televisione quattro anni dopo la fine delle riprese, per poi tornare in un limbo da cui è uscito solo da pochi anni. E si capisce: Bronte è un oggetto dinamitardo sul conflitto tra organi costituiti e fremiti rivoluzionari, che parlando del passato più rimosso guarda al presente di quelli che più in là si sarebbero chiamati anni di piombo.

Finisce così per rappresentare un’angosciante allegoria, chiudendo la stagione sessantottina con la febbrile ansia di disseppellire la verità e disinnescare le menzogne e le reticenze del potere. Un film militante e dalla parte dei vinti, come dimostra il terribile finale con la clemenza sepolta dalla più cinica ragion di Stato, peraltro di uno Stato che non ancora esiste e, almeno in certi luoghi, forse mai esisterà davvero.

BRONTE: CRONACA DI UN MASSACRO CHE I LIBRI DI STORIA NON HANNO RACCONTATO (Italia-Jugoslavia, 1971) Florestano Vancini, con Ivo Garrani, Mariano Rigillo, Ilija Dzuvalekosvski, Rudolf Kukic, Miodrag Locar, Filippo Scelzo, Loris Bazzocchi, Mico Cundari. Storico drammatico. *** ½

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