Recensione: Cold War

COLD WAR (ZIMNA WOJNA, Polonia-Francia-G.B., 2018) di Pawel Pawlikowski, con Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn. Mélo. ****

Esiste un cinema del punto di vista, che si mette sull’onda dello sguardo di un personaggio per adattarsi alla sua idea di mondo, scoprirla insieme a lui nell’atto stesso dell’esercizio dello stupore, restare spiazzato come nella vita di fronte alle conseguenze delle scelte più conformi a quella prospettiva. Esiste un cinema in cui il personaggio non è soltanto un io ma un noi, che abita un luogo dove è nella fusione delle anime che i corpi possono vivere secondo natura.

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Esiste un cinema dei luoghi, degli spazi, dove i confini della politica, della diplomazia bellica, delle cortine di ferro non sono gli stessi del cuore. Esiste un cinema in cui è proprio il cuore a dare diritto di cittadinanza. Esiste un cinema errabondo, perfino del nomadismo sentimentale, che corre lungo le traiettorie di un continente annichilito dal dolore alla ricerca di un baricentro, dalla Polonia rurale ai club parigini fino alla Jugoslavia e ancora Varsavia senza pace.

Esiste un cinema del tempo che scorre implacabile, degli attimi che valgono una vita e degli occhi per i quali vale la pena continuare a sopravvivere, degli anni impossibili uno addosso all’altro che si accumulano e formano la grande esperienza esistenziale di un amore al di là del bene e del male, delle occasioni mancate e di quelle accolte malgrado la paura e tutto il resto, delle tentazioni da assecondare che si rincorrono tra i vicoli di città straniere.

Esiste un cinema dei primi piani che trasfigurano la mappa delle emozioni dentro contesti imprescindibili – i teatri, i locali, i campi di lavoro – per capire cosa si agita oltre lo schermo degli occhi, dove i corpi si stagliano all’interno di quadri che evocano la solitudine dei titani fragili. Esiste un cinema titanico per il portato di emozioni, suggestioni, dolori capace di trasmettere la struggente tensione di essere sempre nel posto giusto al momento sbagliato, nonostante le persone accanto siano quelle giuste con le quali si potrebbe vorrebbe dovrebbe stare ovunque.

Esiste un cinema del colore nascosto sotto l’apparenza del bianco e nero, della plasticità di figure esaltate dai chiaroscuri, dalle gradazioni tonali del bianco che modella le ombre, delle pieghe entro cui la luce rifulge per squarciare le immagini terse. Esiste un cinema dei gesti solenni, degli abbandoni per dignità, delle epifanie danzanti, dei sorrisi che incontrano lo stupore molesto; e del necessario osceno fuori scena. Esiste un cinema alcolico, malato, disperato.

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Esiste un cinema musicale dove la musica è una cometa, un segno di ciò che accade, un canto popolare ad ab-uso e consumo di una nazione incapace di capire o un jazz che mentre ti culla nella malinconia provvede a lacerarti il cuore con coltelli affilatissimi. Esiste un cinema simile al concept album, una serie di frammenti che compongono una storia indimenticabile, dentro una buia sala di registrazione tagliata da un fascio di luce epifanico o un teatro troppo affollato sul cui palco rifulge la stella nascente.

Esiste un cinema europeo nel senso più politico e sentimentale possibile, un’amorosa inchiesta lungo le rotte dell’inverno del nostro scontento, un coacervo di lingue che s’incontrano per parlarne una comprensibile a tutti. Esiste un cinema d’amore, e ne abbiamo bisogno oggi più che mai. Esiste un cinema che si chiude nei bagni per riconoscersi nell’angoscia, che esplora le rovine del passato per immaginare un futuro impossibile, che sta dall’altra parte. Esiste un cinema dei capolavori.

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