Recensione: Il ritorno di Mary Poppins

IL RITORNO DI MARY POPPINS (MARY POPPINS RETURNS, U.S.A., 2018) di Rob Marshall, con Emily Blunt, Lin-Manuel Miranda, Ben Whishaw, Emily Mortimer, Pixie Davis, Joel Dawson, Nathanael Saleh, Meryl Streep, Colin Firth, Julie Walters, David Warner, Dick Van Dyke, Angela Lansbury. Fantastico musical. ***

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Se intendiamo Saving Mr. Banks il manifesto di un progetto industriale e culturale, allora Il ritorno di Mary Poppins è il risultato più coerente e logico di questa new wave disneyana basata su un particolare equilibrio tra il sequel e il revival, il reboot e il remake. Non tanto sulla scia del teorico Ritorno al bosco dei 100 acri o nel solco del ripensamento di Maleficient, e nemmeno affine alle riproposte live action di Cenerentola o La bella e la bestia.

Da una parte, si tratta di un puro sequel, tratto proprio da uno dei libri della serie scritta da P. L. Travers. Vent’anni dopo quanto raccontato in Mary Poppins, nella Londra grigia della Grande Depressione, Michael lavora nella banca in cui il padre era azionista e, rimasto vedovo, bada ai tre figlioletti con l’aiuto della sorella Jane, che ha ereditato l’attivismo politico della mamma. Dunque, senza essere stata invitata, torna la tata che salvò i piccoli Banks ora cresciuti.

Dall’altra, è un film (pieno di) madaleine. Non solo – va da sé – per la casa al numero 17 di Viale dei Ciliegi, con l’ammiraglio in cima al palazzo che carica il cannone cinque minuti prima del Big Ben: Mary Poppins plana appigliata ai fili dell’aquilone verde che volava nel finale precedente a suggellare la ritrovata armonia della famiglia Banks. E di lì è tutto un citare esplicito: le conseguenze dei due penny, gli animali della straordinaria parentesi animata, gli stessi passaggi a ricalcare l’originale schema narrativo…

È nell’implicito, però, che lavora la sceneggiatura di David Magee (Neverland, Vita di Pi: non a caso) messa in scena da un Rob Marshall fortunatamente addomesticato. In primis il lampionario Lin-Manuel Miranda, deus ex-machina di questa nuova Disney inclusiva e al contempo tradizionale, che replica il ruolo dello spazzacamino Dick Van Dyke – riconvocato in un indimenticabile cameo – che dialoga con la realtà-altra di Mary Poppins e al contempo ha i piedi piantati a terra.

E poi Meryl Streep in un numero sottosopra che occhieggia alla follia destrutturante di zio Albert, Colin Firth che gigioneggia con cattiveria interpretando l’ultimo erede dei banchieri (e in tempi di impopolarità delle banche è indicativo), la splendida Angela Lansbury nel cameo finale che porta alla memoria l’altro grande live action Pomi d’ottone e manici di scopa e si riallaccia alla sua dimensione narrante de La bella e la bestia.

Insomma, tutto è studiato molto bene, punto d’arrivo di un percorso complesso che deve parlare ad un pubblico nuovo soprattutto infantile e allo stesso tempo rispondere alle aspettative (alte) degli spettatori cresciuti con l’originale. In questo senso è ottimo il casting dei tre bambini, che hanno negli occhi un’irresistibile malinconia (difficile non innamorarsi del piccolo Georgie), così come quello dell’eccellente Emily Blunt, straordinario animale da musical che guarda all’iconografia di Julie Andrews con rispetto e ammirazione.

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Benissimo anche la resa dei comprimari, su tutti lo struggente Ben Whishaw, ma se a livello estetico c’è tutto ciò che ci si dovrebbe richiedere ad una produzione così ricca e attesa (scenografie e costumi in primis), è sul piano musicale che il film perde colpi, complice un adattamento italiano assolutamente non all’altezza. Non è un caso che il miglior momento sia nel finale dove vengono in soccorso le note degli Sherman.

Ed è un peccato che però conferma i rischi congeniti ad un’operazione del genere, che a tutt’oggi sta ottenendo meno di quanto preventivato e funziona principalmente nella prospettiva nostalgica di chi forse vuole solo lasciarsi lambire dall’abbraccio caloroso di un vecchio parante, tra la lacrimuccia commossa e un trascinante buonumore.

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