Recensione: Old Man & the Gun

OLD MAN & THE GUN (THE OLD MAN & THE GUN, U.S.A., 2018) di David Lowery, con Robert Redford, Sissy Spacek, Casey Affleck, Danny Glover, Tom Waits, Tika Sumpter, Elisabeth Moss. Biografico commedia. *** ½

A prima vista, cinema senile in purezza. Testamento. Film con e su un vecchio. Un vecchio rapinatore di banche, «un gentiluomo», come dicono i rapinati, annichiliti dal magnetismo di un volto incompatibile con l’idea stessa della criminalità. Un biopic, incredibile dictu: ciò che vediamo «è quasi tutto vero», leggiamo prima dei titoli di testa. Anatomia di un corpo che conosciamo – amiamo – da mezzo secolo che si rivela qui inafferrabile.

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«So che è stato giovane», dice ad un certo punto il poliziotto che gli dà la caccia, definendo i limiti di una ricerca impossibile. Ma impossibile per chi? Di Forrest Tucker, in fondo, sappiamo tutto. Perché Forrest Tucker è Robert Redford. Nessuno lo nega, perfino sul nome c’è qualche dubbio. Nei ricordi delle evasioni lo vediamo giovane, biondissimo, bellissimo. Pezzi da La caccia, grande capolavoro di Arthur Penn. Ma anche, sparse, evocazioni di Brubaker, Butch Cassidy e chissà quanti altri baluginii.

Più che un film, insomma, un’ode all’icona. Una canzone malinconica in gloria del divo della New Hollywood che nel frattempo è diventato il padrino del cinema indie: e che qui unisce i due universi già di per sé naturalmente, intimamente connessi in una storia che guarda al passato – è il 1981, ma ci sono anche i cinquanta, sessant’anni precedenti nelle rughe, nei ricordi, nei rimpianti nascosti – e sta dentro la contemporaneità del classico.

I colori autunnali della nostalgia (quanto è importante l’insegnamento di Hal Ashby per il cinema indie d’oggi?) e il sorriso conciliante di chi conosce la complessità e rifiuta le semplificazioni. Può essere giudicato cattivo – come i parametri della legge impongono – un uomo che permette ad un poliziotto infiacchito di ritrovare la voglia di mettersi a lavorare (straordinario l’incontro al bagno con Casey Affleck), ad un paio di vecchi amici l’occasione di vivere ancora come se ci fosse davvero un futuro, ad una donna ingrigita la gioia di un nuovo amore?

Mentre procede su una malinconica musica che pare non cedere mai il passo al silenzio, nel cuore di Old Man & The Gun batte la fiducia in coloro che sanno narrare una storia anzitutto vivendola, come i menestrelli che viaggiano lungo l’America cantando le storie di ieri, dei personaggi che non ci sono più ma restano vivi nella memoria di chi continua a decantarne le gesta.

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Con un passo solennemente leggero, David Lowery adotta lo stesso metodo che il suo eroe applica pur senza la consapevolezza dell’autore impegnato a ripensare non solo una storia vera ma anche una storia filtrata dall’esperienza del grande schermo. Mettendoci dedizione, ammirazione, infinita cinefilia, Lowery costruisce una ballata nel passato della nazione edificata sul mito della leggenda, della cronaca che si fa leggenda, del cinema che mitizza la leggenda.

La leggenda, va da sé, è Redford. Circondato da uno stuolo di comprimari in gran forma (soprattutto la sottoutilizzata Sissy Spacek, qui davvero deliziosa) convocati perfino per pochi istanti (il bellissimo intervento di Elisabeth Moss che dà la misura di un dolore negato, ma anche la comparsata di Keith Carradine), l’attore mutua il proprio passato in quello del personaggio, citando tutto ciò che è umanamente possibile per portare nel suo ultimo film qualcosa di autentico e memorabile: il carisma, il fascino, l’inossidabilità, il tempo che passa. E ci riesce, eccome.

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