Recensione: Vice – L’uomo nell’ombra

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA (VICE, U.S.A., 2018) di Adam McKay, con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell, Tyler Perry, Alison Pill, Jesse Piemons, Lily Rabe, Eddie Marsan, Bill Pullman. Biografico commedia. **** ½

Ancora una volta – ed è ormai una conferma – il biopic si conferma il terreno dove meglio coltivare l’idea di un cinema anarcoide, contraddicendo la tesi secondo cui la fedeltà alla “storia vera” sia un vincolo imprescindibile per costruire un buon film biografico. Siccome abbiamo a disposizione tutti gli strumenti per attenerci alla rigorosa verità dei fatti, al cinema chiediamo qualcosa che non sia un documentario didattico o un esercizio che ricalchi la realtà con scrupoli storiografici.

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Ecco, Adam McKay (decisamente tra i registi americani contemporanei più interessanti) non ci dà niente di tutto ciò. O meglio: lo fa a suo modo. Le didascalie iniziali sono emblematiche: non sappiamo tutto, ma, in base a quel che sappiamo, ci siamo impegnati affinché tutto tenga, cazzo. Proprio così: cazzo. Vice non è solo l’ultima frontiera del cinema politico, di una politica diventata esplicitamente teatr(in)o, o un atto di fiera, consapevole e pazzoide militanza dichiaratamente liberal (non uscite dopo i secondi titoli di coda).

Ma è anche uno dei grandi riscatti della commedia – qui sapientemente morale(ggiante) – forma che permette agli elementi strutturali del film di emanciparsi dalle secche nelle quali altre mani meno coraggiose l’avrebbero lasciato affondare. Prendiamo Christian Bale. Che sia un mostro è noto da anni, magari non gli occorre nemmeno un altro Oscar per ribadirlo. E a maggior ragione nella misura in cui indossa un ruolo che è un’esca per raccattare premi: personaggio reale, trasformazione fisica, veicolo per l’attore.

Ora, Vice non è un veicolo per Bale, ma stiamo al gioco. Supponiamo che sia un film pensato per permettergli una prova – come si dice – da Oscar e compariamolo con altri due attori impegnati in parti analoghe negli ultimi anni. Se Gary Oldman regnava ne L’ora più buia anche perché la sua interpretazione mimetica era coerente con la barocca messinscena di Joe Wright, la performance di Eddie Redmayne in La teoria del tutto non andava oltre una stucchevole riproduzione del reale.

Nascosto dentro un trucco che lo rende sostanzialmente identico a Dick Cheney, mefistofelico vicepresidente americano dal 2001 al 2008, il monumentale Bale guarda al lato nero di Anchorman e capisce di dover assecondare il versante grottesco della sua trasformazione utile ad un classico biopic acchiappapremi, muovendosi non come un imitatore d’alta scuola ma alla stregua di un pupazzo che ricopia il reale e lo sovverte attraverso scampoli di verità.

E se i suoi comprimari accentuano aspetti deteriori o ridicoli – pur con il rischio di depotenziare le responsabilità come nel caso di George W. Bush, ridotto ad un ex alcolizzato col complesso paterno nella saporita e indovinata rivisitazione beffarda di Sam Rockwell, o nel luciferino cinismo del Donald Rumsfeld riletto da un ridanciano Steve Carrel (ma chiunque abbia visto The Unknown Known non è sorpreso, tendenza alla risata compresa) – Bale sceglie l’understatement, affidandosi ad un regia che attraverso immagini evocativi e scatti di montaggio analogico provvede a costruirgli attorno una struttura di ferro.

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Non gli è dà meno la grandissima Amy Adams, impegnata peraltro in un improvviso soliloquio shakespeariano che è solo una delle tante marche creative che rendono Vice un oggetto incandescente da maneggiare con cura. Con un equilibrio miracoloso, attraverso la voce di un misterioso narratore, vi collimano la parodia e il pamphlet, la satira e la tragedia, la farsa e l’inchiesta, i gags e ideali raccordi con La grande scommessa (il cameriere Alfred Molina in un cameo di sulfureo onirismo).

Un momento siamo nei pressi della spregiudicata scalata al dominio assoluto e un attimo dopo finiamo in pura agiografia americana, l’idillio retorico della brava famiglia americana e poco dopo il falso finale ecco una parentesi teatrale che superficialmente ammicca ad House of Cards e invece lo postula fino ad annullarlo. Nell’apparenza di una cronologia scomposta che insegue assonanze impreviste, sprazzi di privato si alternano a pezzi di storia, infarti a bombardamenti, la strategia degli sguardi e la prevaricazione sul comandante in capo, l’angoscia della guerra e

Una furibonda e trascendentale cavalcata lungo mezzo secolo di storia politica americana tra una Washington che esiste solo in quanto inventario di interni e il natio Wyoming, dominata dal demone della discussa teoria del potere esecutivo unitario che non è solo il lascito più importante e deleterio del passaggio di Cheney nella politica americana ma anche il tema su cui si edifica l’intero racconto, una parabola sull’ambizione di una coppia formata da un’avida sacerdotessa reazionaria e un ex «buono a nulla» fattosi «pezzo di merda» incapace di creare empatia con la nazione che vuole controllare.

Ultimo nei sondaggi riservati per la corsa alla presidenza (sogno tramontato in favore di una confortevole carriera nel privato, lauta buonuscita compresa) e fischiato nell’agone dello stadio durante il disastro iracheno, perfino oggetto di pubblica umiliazione per ingratitudine es insensibilità in nome del calcolo e della propria autonarrazione, finirà per ribellarsi al principio stesso della democrazia in un’intervista trasfigurata in un’arringa inquietante quanto sterile (Il divo? Ebbene…).

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In fondo, già nel suo stesso titolo, Vice racconta la storia di un bastardo senza gloria che non crede in niente se non in se stesso e nel potere che può essere tale solo se da lui stesso esercitato. Naturalmente un film indignato, con gli occhi ben aperti sul presente, che invero è anche passato, come si vede in un rapido frame con una famosa immagine dell’attuale presidente che ostenta banconote negli anni della sbornia reaganiana.

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