Road to Oscar – 4/ Il dottor Zivago | David Lean (1965)

Oscar 1966: sceneggiatura non originale, fotografia a colori, scenografia a colori, costumi a colori, colonna sonora originale (candidato per: film, regia, attore non protagonista, montaggio, sonoro)

Negli anni in cui Harvey Weinstein spadroneggiava e nessuno pensava bene di placarlo, il “film da Oscar” ha conosciuto la sua massima stagione di gloria. Con l’espressione s’intende una produzione che corrisponde alla combinazione di una serie di elementi forti, capaci di intercettare il gusto dell’anziana e pigra Academy. In linea di massima: period drama, storia vera, exploit attoriali, cura formalista.

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Tutti individuano in Shakespeare in Love il vincitore più coerente con quella formula, ma non è che il pur ottimo Il discorso del re sia esente, né si può dimenticare la man bassa di candidature raccolte da Chocolat (Chocolat!). Tutto ciò per dire che, sulla carta, Il dottor Zivago con gli occhi di oggi potrebbe perfino finire in questa categoria. In realtà il suo dubbio statuto di “Oscar bait” è più sfumato perché rappresenta, col senno di poi, un punto di svolta nella storia dei premi.

Partiamo dalla fine. Il dottor Zivago ottiene dieci candidature al pari di Tutti insieme appassionatamente. Sono due successi mondiali, tuttora presenti nelle classifiche dei film più redditizi della storia con gli incassi rivalutati per l’inflazione. I tre rivali non hanno alcuna possibilità, la guerra è tra queste due superproduzioni. Ha la meglio il musical sulla famiglia Trapp, che ne vince cinque di peso tra cui quello per la miglior regia al magnifico Robert Wise, curiosamente alla seconda statuetta dopo un altro musical, West Side Story.

David Lean ci restò parecchio male, fiducioso di fare il triplete dopo i trionfi de Il ponte sul fiume Kwai e Lawrence d’Arabia. D’altronde sono gli ultimi fuochi di un certo modo di fare cinema: sì, l’anno dopo avrebbe trionfato il sontuoso e oggi un po’ dimenticato Un uomo per tutte le stagioni, ma stanno gli autori della New Hollywood a far saltare il banco, fino alla rottura determinante di Un uomo da marciapiede. Insomma, a voler essere un po’ volgari, Lean – oggi celebratissimo soprattutto dai registi, giustamente – era da rottamare.

Il cineasta inglese, quello che forse più di tutti ha dato un nuovo senso all’epica moderna e codificato il concetto di kolossal storico, sperava tuttavia di rifarsi con la superproduzione intimista La figlia di Ryan nel 1970, ma in quel caso non andò bene nemmeno al botteghino, dove era stato quasi sempre vincente. Sicché abbandonò il cinema, tornandovi tardivamente solo nel 1984 col sublime Passaggio in India, che però uscì nello stesso anno di Amadeus.

Perché Lean non vinse con Zivago? In fondo Carlo Ponti, che aveva acquistato i diritti del romanzo – best seller internazionale pubblicato da Feltrinelli contro il volere sovietico – di Boris Pasternak per far interpretare alla moglie Sophia Loren il ruolo della bionda vergine Lara (sì, urliamo tutti insieme), fece le cose in grande: un budget di tutto rispetto, dieci mesi di lavorazione, la Russia ricostruita tra la Spagna, la Finlandia e il Canada, cast extralusso. In realtà, nonostante il conclamato riscontro del pubblico, il film fondamentalmente non piacque.

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Riassumere la trama è pressoché impossibile per la densità dell’intreccio, ma non è questo il problema: che in tre ore l’attenzione resti sempre desta è una virtù da spartire tra Pasternak, il grande sceneggiatore Robert Bolt e Lean stesso. L’impianto melodrammatico del film è ciò che lo ha reso un classico, ancor oggi piuttosto commovente: l’amore tra un giovane studente di medicina amante della poesia e una ragazza moscovita conosciuta prima della guerra, raccontato anni dopo ad un generale legato ai due da una ragazza che in cuor nostro sappiamo già chi sia…

Da più parti è stato fatto notare quanto la rivoluzione russa e la conseguente guerra civile siano state banalizzate, abitate da gloriosi attori gigioneggianti nei costumi d’epoca. Non è del tutto scorretta la lettura, ed è forse vero che lo spirito politico del romanzo si perda un po’. Ma se si privilegia la linea sentimentale viene da pensare che lo sfondo storico sia un palinsesto in funzione delle avventure dei personaggi e non viceversa, come se la storia degli uomini prenda possesso della storia ufficiale.

Ed è, in qualche modo, un atteggiamento che emergeva anche nei due precedenti kolossal di Lean, che però contavano l’uno su una base storica capace di porsi anche quale teorema narrativo (Il ponte sul fiume Kwai) e l’altro su un personaggio talmente bigger than life da farsi esso stesso storia (Lawrence d’Arabia: dio santo, più passa il tempo più cresce quel film). Qui il più complesso contesto politico permette a Lean di concentrarsi maggiormente sul filone amoroso, mettendo in scena una storia sì segnata dal dramma privato ma in cui mi sembra ancor più decisivo dacché gli eventi storici cambiano non solo i destini quanto i comportamenti dei personaggi.

Perciò mi pare improprio leggerlo se non attraverso la lente del mélo, complice l’indimenticabile Tema di Lara by Maurice Jarre. La regia spettacolare di Lean, sempre così solenne e al contempo profondamente empatica, cerca proprio di sollecitare le emozioni più palpitanti: non è facile sentire davvero freddo vedendo una coppia che si abbraccia realmente nel freddo o tifare come il Nanni Moretti in Palombella rossa affinché lei si volti prima che lui…

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In un cast affollato e variegato (tra i giovani, il fiero Tom Courtenay; tra i veterani, lo spregevole Rod Steiger), conta su una coppia d’attori sulla carta improbabile eppure incredibile per alchimia e pathos sul grande schermo: solo un grande regista può farci credere alla nazionalità russa dell’egiziano Omar Sharif, mentre Julie Christie spezza i cuori ogni volta che appare con quegli occhi immensi. Sono bellissimi e si piange con e per loro: «sarebbe stato bello incontrarsi prima…» «anche di un giorno, sì».

IL DOTTOR ZIVAGO (DOCTOR ZHIVAGO, G.B.-U.S.A.-Italia, 1965) di David Lean, con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger, Alec Guinness, Tom Courtenay, Siobhan McKenna, Ralph Richardson, Rita Tushingham, Klaus Kinski. Drammatico guerra sentimentale. *** ½

2 pensieri riguardo “Road to Oscar – 4/ Il dottor Zivago | David Lean (1965)

  1. Gran film, sono stato felice di rivederne una parte ieri in tv, scoprendone la programmazione in modo assolutamente casuale, facendo zapping…
    Lean era un divoratore di Oscar, ma non mi sorprende che questo film abbia avuto un successo (leggermente) inferiore alle sue due precedenti opere…

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    1. Beh col senno di poi hai ragione, ma penso che Ponti l’abbia prodotto essenzialmente per vincere vagoni di Oscar. Tant’è che pur trattandosi di uno dei piu grandi incassi della storia quasi lo si dimentica sempre derubricandolo come pesante, goffo, sbagliato. La situazione come sempre è un po’ più complessa

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