Recensione: Il primo re

IL PRIMO RE (Italia-Belgio, 2019) di Matteo Rovere, con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garriba, Lorenzo Gleijeses, Vincenzo Crea, Max Malatesta. Epico. ***

Non so se Il primo re sia il primo film al mondo mai fatto in protolatino. Probabilmente sì, e mi sembra una scelta molto intelligente. In prima battuta, da una parte c’è un chiaro riferimento al dittico epico-linguistico di Mel Gibson (La passione di Cristo e Apocalypto), nonché un potenziale commerciale non limitato ai patri confini: sembrerà assurdo, ma una lingua oggi sconosciuta a noi come agli americani (o i francesi, o i russi…) può essere davvero il lasciapassare per entrare in altri mercati.

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Dall’altra – ed è la cosa più importante – si sottolinea quanto la lingua più che un vestito da indossare a seconda delle circostanze geografico-culturali sia invece uno sguardo, il prodotto di una mentalità, la frequenza sulla quale allungarsi per recepire un certo tipo di narrazione. Il protolatino non è il latino: è una lingua arcaica e aspra, ma soprattutto non attestata per iscritto perché ricostruita attraverso il metodo comparativo. Una lingua risorta più che morta.

Senza addentrarci nella sterile polemica delle lingue morte insegnate a scuola, limitiamoci a dire che Il primo re trova vita grazie ad una lingua considerata morta. Morta perché improduttiva, incapace di generare introiti nella logica del capitale. La forza del film è tutta qui: in una lingua inaccessibile che trasporta in un altrove inconcepibile. Letteralmente: in questo senso la ri-costruzione – termine centrale del film – permette una libertà creativa sì garantita da ciò che possiamo sapere/supporre di quella fase della storia, ma soprattutto campo aperto per immaginare una realtà altra.

Ed è pur vero che, in fondo, si potrebbe fare a meno della lingua. Dello strumento e della sua applicazione, s’intende. Al meticoloso lavoro di scrittura dovuto a Filippo Gravino, Francesca Manieri e Matteo Rovere corrisponde, infatti, una recitazione talmente animalesca, ricalcata sui movimenti delle bestie, da non aver quasi bisogno di una lingua esperita senza pensare alla dizione. Fateci caso: non è solo un susseguirsi di parole mangiate, sussulti, sonorità imperscrutabili, ma proprio un coacervo di versi e rumori accessibili senza i sottotitoli.

Per essere la storia (o la premessa) di una fondazione, Il primo re esprime bene nella sua forma linguistica quel senso di mistero sacrale e materico che sta alla base del mito. Non a caso la straordinaria sequenza iniziale con l’acqua a significare distruzione, devastazione, morte non prevede alcun dialogo davvero necessario: serve a presentarci i due protagonisti, segnarne il destino funesto, mettere in scena da subito il conflitto con la natura – dunque gli dei – da dominare, combattere, assecondare.

L’acqua, il fuoco. Rovere deve molto alla fotografia di Daniele Ciprì, un maestro dell’immagine che degli elementi naturali sa cogliere l’anima ancestrale, il colore indistinto che coincide con il principio di una storia destinata a determinare ella stessa i confini tra giusto e ingiusto, i cromatismi in grado di determinare l’armonia e la guerra. Fango senza gloria, sangue d’un rosso più inquietante che scarlatto, le infine declinazione dell’oscurità che solo nel finale lascia spazio ai raggi d’un sole albeggiante sulla città nascente.

Nell’accompagnare ed avvincere lo spettatore verso una conclusione conosciuta da tutti coloro che hanno frequentato la scuola elementare, Rovere infonde un ritmo mobilissimo e dinamico fino all’iperrealismo, senza lasciare un attimo di fiato né nei trucidi combattimenti né nei rari momenti di fiacca. Figura a questo punto fondamentale per il cinema italiano contemporaneo, Rovere realizza qualcosa che in fondo il nostro cinema non ha mai fatto se non nella versione edulcorata e favolistica del peplum, potendo contare su collaboratori molto ispirati (citiamo almeno i costumi di Valentina Taviani e la colonna sonora di Andrea Farri).

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Ma ciò che più m’interessa de Il primo re non è tanto la pur vitale questione produttiva dell’unicum in grado di parlare ad un pubblico sovranazionale né la polemica sul rigurgito fascista che sarebbe alla base dell’intera operazione (ci sta? forse, non so; è importante?).

Quel che davvero m’interessa è il rapporto tra i due fratelli, il fratricidio – anziché il più “necessario” parricidio, elemento centrale per capire chi siamo oggi, su cui si edifica un popolo, l’incrocio tra la predestinazione del fato cinico e baro (rappresentato dalla sacerdotessa, unica donna in una storia di orfani) e l’istinto naturale di due consanguinei che insieme hanno sofferto, sono cresciuti, devono sacrificarsi.

Al netto di qualche dubbio su una profondità psicologica magari poco credibile dentro corpi tanto votati alla bestialità anche tra fratelli, Romolo e Remo sono interpretati con un interessante equilibrio tra il portato epico-mitologico delle figure e una dose di empatia estranea a uomini così lontani dall’umanismo. L’uno è Alessio Lapice, inedito e perciò adatto ad incarnare un fondatore. L’altro è Alessandro Borghi, forse alla definitiva consacrazione, è perfetto nella sua maledetta brama di potere.

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