Recensione: Il corriere – The Mule

IL CORRIERE – THE MULE (THE MULE, U.S.A., 2019) di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Dianne Wiest, Michael Peña, Laurence Fishburne, Andy Garcia, Alison Eastwood, Taissa Farmiga. Gangster drammatico. ****

Ogni tanto promette che non tornerà di nuovo in gioco, tu pensi che sia sempre l’ultima volta, la butti sul testamento, dici che vive in altri corpi, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa. Poi torna sui suoi passi soprattutto perché gli va e così, quasi senza dir niente a nessuno, ti trafigge il cuore con quegli occhi di ghiaccio sempre più incavati, penetranti come proiettili sparati con la nonchalance di chi è consapevole di viaggiare armato.

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A bordo di un pickup che subito fa tornare alla memoria il mai dimenticato veicolo che scompare nella pioggia battente del capolavoro I ponti di Madison County, Il corriere – The Mule è un monumento al corpo attoriale di un divo anziano ma mai domo, cosciente di incarnare una certa idea di America, un preciso tipo umano un po’ reazionario e stronzo ma capace di grandi gesti umanitari, una faccia che è la mappa di una nazione alla ricerca dei suoi miti: ma lo sa che lei somiglia a Jimmy Stewart?, continuano a dirgli mentre lui grugnisce.

Si apre nella serra, tra quei fiori che hanno rappresentato il centro della vita di Earl, un orticoltore ottantenne che ha trascurato la famiglia per dedicarsi completamente al lavoro – e ai piaceri: le donne, gli amici, i colleghi, i veterani di guerra con cui trascorre la domenica pomeriggio. A causa del commercio on line, la sua impresa fallisce. Per guadagnare qualcosa, accetta di trasportare della merce per conto di una cricca di messicani, scoprendo troppo tardi che si tratta di cocaina: insomma, è diventato il corriere più infallibile del cartello.

Storia vera, incredibile dictu, quella de Il corriere sembra un racconto morale costruito su misura per l’attore-regista. A differenza degli emerocallidi, i fiori coltivati amorevolmente dal protagonista, che sbocciano un giorno e poi appassiscono, il fiore che alberga nell’anima di Eastwood sembra non voler sfiorire mai, come quelli che, nel finale, appaiono quali struggenti epifanie nel giardino (segreto) dell’ex moglie incapace di non amarlo per ciò che è.

E se nel ruolo di attore è una goduria vederlo in scena traballante ma implacabile, con tutti gli acciacchi di un magnifico signore di quasi novant’anni, è altresì incredibile la trasparenza con cui Eastwood mette in scena qualsiasi soggetto, pur mantenendo punti fissi del suo ormai codificato repertorio di topoi (vedi Gran Torino, il gemello nero di Il corriere): la sconfitta dei padri; la crisi economica e il ritardo digitale della generazione analogica; il confronto tra il maschio bianco americano (conservatore) e le comunità altre.

Per lui gli afroamericani restano i “negri”, ma perché mai non dovrebbe aiutarli a cambiare la ruota forata? Se una centaura presentatasi in quanto lesbica lo chiama “vecchio”, giustamente lui si congeda con un “ciao, lesbica”, compiaciuto di trovare una sponda nella donna. Alle feste si balla con le ragazze più piacenti, però poi si torna al tavolo di quella che pensi sia la più carina («sono stati belli i dieci anni con te»), per scoprire tra le pieghe delle rughe che non dimenticarsi è impossibile, malgrado l’amore sia tanto simile al dolore. E si delinque per garantire un po’ di felicità al prossimo, che sia il salvataggio della sede dei veterani o la conclusione degli studi dell’amata nipote.

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Lo sappiamo, non esiste un mondo perfetto. E Il corriere è, ancora una volta, la storia di un inseguimento – quello del poliziotto Bradley Cooper sulle tracce del misterioso autista – che ad un certo punto si trasforma in un incrocio tra due estranei che provano a riconoscersi, fino a diventare un atto di straziante testimonianza del fallimento. Difficile trattenere le lacrime nell’ultima parte di un film votato al disincanto con tanta lieta pacificazione, dove tutto è così struggente da sembrare l’unico porto possibile e si corre fischiettando vecchie canzoni degli anni migliori.

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