Road to Oscar – 6/ Due vite, una svolta | Herbert Ross (1978)

Oscar 1978: candidato per film, regia, attrice, attrice, attore non protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura originale, fotografia, scenografia, montaggio, sonoro.

Undici. Undici candidature, zero premi. Non era mai accaduto prima. Otto anni dopo, Il colore viola avrebbe eguagliato il record. Sarebbe interessante avere qualche resoconto delle riunioni del giorno dopo con l’analisi della sconfitta: cosa è successo, cosa non ha funzionato? Successe che, seguendo uno di quegli strani istinti ribelli che ogni tanto l’investono, l’Academy riconobbe il genio di Woody Allen: Io e Annie ottenne le statuette per film, regia, attrice, sceneggiatura originale.

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E i riconoscimenti tecnici? Il 1978 è l’edizione della riscossa della sci-fi: Guerre stellari trasformò le dieci nomination in cinque premi (più uno speciale) e Incontri ravvicinati del terzo tipo portò a casa l’alloro per la fotografia. Niente da fare per Herbert Ross, ex coreografo reinventatosi grande direttore di commedie, nel suo anno di massima gloria, candidato anche per Goodbye amore mio! oltre che per il suo film più personale e sentito.

Due vite, una svolta si chiama in originale The Turning Point: è un titolo molto più affascinante che nella traduzione letterale (diciamo “il momento della svolta”) perde molto della sua forza evocativa. È un complesso melodramma intimo dall’afflato operistico e con improvvisi lampi da commedia, fondato su una lunga e problematica amicizia femminile fatta di rivalità, invidia, gelosia, solidarietà.

Le due vite sono quelle delle ballerine DeeDee e Emma: la prima ha lasciato la compagnia del balletto dopo essere rimasta incinta di un collega, con cui poi mette su famiglia e apre una scuola di danza; la seconda diventa una ballerina di prima fila, star del suo ambiente. La svolta è il loro incontro – e le relative conseguenze, tra professione e privato – quando la figlia di DeeDee decide di seguire le orme materne, dapprima sotto la guida della madrina Emma e in seguito a New York, dove conosce un coreografo piuttosto dongiovanni…

Tra i rari racconti sul balletto ad aver coinvolto il grande pubblico dopo il caposaldo Scarpette rosse e prima del tenebroso revival Il cigno nero, è una resa dei conti col passato: rimpianto da chi l’ha vissuto in tutte le sue possibilità, spinto un po’ più in là da chi non vuole accettare la fisiologica fine di un ciclo. Che dietro la macchina da presa ci sia proprio Ross è un valore aggiunto: conosce la materia di cui parla, celebra gli anni migliori con la malinconia degli insider, non si piange addosso perché sa quanto quel mondo abbia bisogno di nuova linfa per vivere in eterno.

All’origine della sceneggiatura di Arthur Laurents c’è la vera storia di Isabel Mirrow Brown (madre di Leslie, che nel film interpreta la figlia di DeeDee) e Nora Kaye (già moglie dello stesso Ross!), qui romanzate nei personaggi incarnati da Shriley MacLaine e Anne Bancroft. Dive carismatiche, capaci di sapienti saggi recitativi, abitano con maestosità il grande tema del film: il tempo, quello ingrato, che significa scelte che determinano un’intera esistenza, pentimenti tardivi, nostalgia.

Protagoniste di una clamorosa scazzottata (oggi diremmo “catfight”: si menano proprio, eccome), candidate entrambe all’Oscar – nella serie Feud, c’è un momento dietro le quinte della cerimonia di premiazione in cui Bette Davis dice di aver amato il film perché vi rivedeva la sua appassionata rivalità con Joan Crawford – ma con Bancroft preferita da altre giurie (Bafta, National Board of Rwview) rispetto a MacLaine.

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Se quest’ultima si prepara con intelligenza a mediare i nevrotici exploit giovanili in direzione di una più ruvida maturità, grande attrice di Anna dei miracoli porta in dote la regala dignità dei suoi quasi quarantasei anni, muovendosi in scena con la disciplina di una vera danzatrice, accogliendo con decorosa eleganza il monito della più anziana Martha Scott decisa a farle capire che la sua stagione è finita.

Ottimo il montaggio di William Reynolds, alquanto generosa la nomination al ballerino Mikhail Baryshnikov, benché sia l’unico con la Brown ad esibirsi davvero (e in un film sul balletto non è poco: ma l’avrebbe meritata Tom Skerrit, sfumato nel tratteggiare un pezzo di un mondo dove gli omosessuali sono repressi in schemi borghesi o liberi tendenza felicemente libertina).

DUE VITE, UNA SVOLTA (THE TURNING POINT, U.S.A., 1977) di Herbert Ross, con Shirley MacLaine, Anne Bancroft, Mikhail Baryshnikov, Leslie Brown, Tom Skerritt, Martha Scott. Drammatico commedia. ***

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