Recensione: Green Book

GREEN BOOK (U.S.A., 2018) di Peter Farrelly, con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne, Dimeter D. Marinov. Commedia biografico. ** ½

Come sono buoni i bianchi! Come sono bravi quei bianchi dei sobborghi – immigrati che si portano dietro l’atavico disprezzo di un popolo senza storia, cioè i bianchi americani del potere costituito – quando si riconoscono nelle violenze contro i neri. Come sono giusti questi bianchi disposti a menare per difendere il primato dell’umanità, che provano empatia col prossimo più debole…

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Intendiamoci: siamo tutti d’accordo nel dire quanto siano legittime e necessarie le virtù morali che sottendono Green Book, classico film pensato per un grande pubblico da sensibilizzare su un tema perenne e commuoverlo grazie ai buoni sentimenti. Un racconto edificante, nel senso più smaccato del termine, costruito con una furbizia talmente evidente da non prevedere alcun sottotesto: vuole emozionare con il sorriso, educare ma anche intrattenere, motteggiare senza dimenticare il dovere dell’impegno.

Una tipologia di film evergreen, rinverdita di recente da The Help e Il diritto di contare: storie di neri raccontate da bianchi, come se la credibilità dell’antirazzismo possa essere garantita solo da registi diversi rispetto ai protagonisti; e in cui sono alcuni personaggi bianchi illuminati che, ribellandosi alla mentalità dominante, spezzano le catene della discriminazione per riconoscere il valore delle persone.

In più, Green Book convoca il fantasma di A spasso con Daisy, commedia – che, ricordiamolo, usciva alla fine del decennio reaganiano e presagiva la new wave clintoniana – sulla strana amicizia tra una burbera signora conservatrice e il suo modesto autista afroamericano. Qui si enfatizza la dimensione on the road, con il rozzo ma buono autista italoamericano chiamato a scorrazzare un raffinato pianista nero in un difficile tour nel sud degli States, dove sono tutti sporchi razzisti ma vogliono godere del genio del musicista.

Va da sé che si tratta soprattutto di un film d’attori, vere ancore di salvezza per un Peter Farrelly troppo impegnato a pulire e depurare tutto ciò che può turbare un progetto tanto scaltro. Sono Viggo Mortensen e Mahershala Ali, entrambi bravi e indovinati, con il primo a caricare l’interpretazione di enfasi italoamericana laddove il secondo preferisce l’asciutto rigore di un avveduto calcolo malinconico. Comunque perfettamente coscienti di essere oggetti di un certo tipo di film.

Già dal titolo sono chiare le intenzioni: il Green Book è la guida stradale dove sono indicate le strutture ricettiva che accettano o tollerano i neri. Un’immagine che dà il senso dell’humus, il feticcio di una nazione che da una parte appoggia l’opera civile dei fratelli Kennedy (esplicitamente citati) e dall’altra mantiene il privilegio di sentirsi superiore. Per quanto tutti si sia d’accordo sulle tesi, lo schema manicheo su cui si edifica il film è ai limiti della banalità, a conferma del suo imbrigliante impianto didascalico.

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Il problema è di sceneggiatura, tanto premiata quanto d’una convenzionalità estrema, tutta giocata su ammiccamenti al nostro buon cuore e alla nostra brava coscienza civica, fondata su episodi ora allegri ora lacrimevoli ora inquieti che per un verso sottolinea un’estrema fiducia nell’istituto della commedia e per l’altro pare infiocchettato con tutti i crismi necessari per far emergere il versante affettuoso e sensibile della vicenda (alla scoperta dell’omosessualità del pianista, l’autista sentenzia comprensivo: «è un mondo complicato, lo so»).

Non a caso, l’ha scritto (e prodotto) Nick Vallelonga, il vero figlio dell’autista Tony, che qui celebra anzitutto l’amore dei genitori, poi l’amicizia che supera tutti i pregiudizi, infine la necessità delle comunità rappresentate dalle vignette domestiche con la grande famiglia caciarona. Green Book è un film piuttosto paraculo, che piace proprio per questo suo emozionante ecumenismo, capace di coinvolgere tanti spettatori in un abbraccio caloroso. Poi, certo, il pollo fritto non tutti lo sanno fare come nel Kentucky, però…

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