Recensione: Beautiful Boy

BEAUTIFUL BOY (U.S.A., 2018) di Felix Van Groeningen, con Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney, Amy Ryan, Timothy Hutton, Kaitlyn Dever, Andre Royo, LisaGay Hamilton. Mélo. **

All’origine di Beautiful Boy ci sono due autobiografie, che sono quelle del padre e del figlio protagonisti della storia. La prima si chiama Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction; la seconda, Tweak: Growing Up on Methamphetamines. Il titolo del film riprende quello della vicenda scritta dal punto di vista del padre, ma è chiaro che il lavoro di scrittura ha chiamato in causa entrambe le prospettive, privilegiando una focalizzazione titolare sul ragazzo, tossicodipendente che ha il fascino elegante e malinconico di Timothée Chalamet.

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Malgrado nei fatti sia deuteragonista, il giovane (il cui volto adolescenziale permette di interpretare ancora personaggi più giovani) ha raccolto una valanga di candidature come attore non protagonista. Calcoli elettorali, certo, ma che in realtà testimoniano due dati. Il primo attiene allo star system: per quanto Chalamet sia efficace, ha sicuramente bisogno di un ruolo così forte per imporsi, e infatti s’impegna molto muovendosi con leggerezza in equilibrio tra nostalgia e malizia.

Eppure è impossibile concepire questa prova al limite senza lo strazio smarrito del sommesso Steve Carell. Attore tra i più grandi e sottovalutati del cinema contemporaneo, il versatile Carell appare però intimorito, un po’ di maniera, come se fosse consapevole di non essere il cavallo su cui puntare.

D’altronde è difficile pensare a Beautiful Boy senza le stigmate dell’Oscar escape, benché invero rivelatosi inadeguato alla prova dei fatti. E per di più macchina strappalacrime calcolata al millilitro, non a caso affidata ad un regista assurto agli onori delle cronache per un melodrammone piuttosto ricattatorio come Alabama Monroe e del tutto coerente con questa stagione di ripiegamento pubblico nel privato, un intimismo senza intimità.

In assenza della morte (quindi niente Gente comune – però c’è Timothy Hutton, in un piccolo ruolo – anche se il filone del tragico riflusso privato, che ciclicamente torna nel cinema americano, è sempre quello), a fare sussultare i cuori fragili è la piaga della droga, che è per l’appunto così perversa da coinvolgere tutti, perfino un boellissimo ragazzo di buona famiglia uscito indenne dal divorzio dei genitori e con all’attivo brillanti esiti scolastici.

Il secondo dato riguarda proprio il problema sul quale si edifica lo stesso film: cosa fare quando un figlio tanto amato cade in una tale spirale autodistruttiva? La lettura è paterna, il figlio è motivo del dolore ma anche vettore passivo, sappiamo tutto del babbo e nulla del ragazzo: al di là dell’impegno di Chalamet, non riusciamo mai ad entrare nell’anima persa del personaggio, restando sulla superficie di un dolore sì inaccessibile ma tutto esteriore nemmeno davvero scandagliato se non attraverso stereotipate immagini sensazionalistiche.

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Nonè che il nostro Figlio mio, infinitamente caro…, mélo con denuncia di oltre un trentennio fa, sia molto lontano. Ma se il provare a farsi di coca per cercare di capire o entrare in contatto col figlio tossico è inevitabile, forse tutti questi anni sono passati invano. E se si torna a parlare di questi temi oggi, tornati alla ribalta per una certa impennata nei dati statistici, con un film a tesi così programmatico, pronto per il dibattito, in definitiva francamente banale nonché – incredibile dictu – freddo, insomma, il dubbio scompare: sono passati invano.

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