Recensione: La paranza dei bambini

LA PARANZA DEI BAMBINI (Italia, 2019) di Claudio Giovannesi, con Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Ciro Vecchino, Ciro Pellecchia, Mattia Piano Del Balzo, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Aniello Arena, Renato Carpentieri. Drammatico. ****

Ci sembra evidente che il più grande merito di Claudio Giovannesi sia quello di non aver trasformato l’affresco dell’ormai standardizzata gioventù bruciata napoletana in una mitologia nera ad uso e consumo di un pubblico abituato all’esercizio del male sulla scia del fenomeno di Gomorra. Per quanto l’origine letteraria afferisca allo stesso autore, Giovannesi si affranca sia dalla scrittura sopra le righe di Roberto Saviano sia dai facili rimandi a quel prospero universo crime.

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Lo fa grazie al suo strepitoso talento nella direzione dei giovanissimi attori non professionisti, confermando quanto il dialogo con l’adolescenza sia la cifra fondamentale del suo cinema umanista ad altezza di ragazzo, in sintonia con l’idea di raccontare senza pietismi né patetismi un mondo che non pare accogliere la rabbia formativa de i quattrocento colpi perché pensato e strutturato per non permettere alcuna altra scelta che non sia quella del piombo e del sangue.

Nella sua forma pessimisticamente circolare, che dalla fosca suggestione tribale dell’incipit corale – dove Daniele Ciprì lascia esplodere il suo impegnativo sguardo nelle fiamme incandescenti – alla straziante chiusura del finale aperto sulla porta degli inferi, La paranza dei bambini esplora il versante forse più tragico della Gomorra napoletana: quella racchiusa tra l’illusione (la sorpresa coi palloncini rossi, la serata a teatro, la fuga in motorino: deviazioni, parentesi, gocce di splendore) e l’irreversibilità (le foto con le armi da postare sui social, l’ammirazione verso i boss).

Come suggerisce il titolo, è la storia di un gruppo di ragazzini: hanno circa quindici anni, non vanno a scuola, passano il tempo nell’attesa di qualcosa. Per svoltare, si affiliano al clan che ha in mano il Rione Sanità: e dallo spaccio nella zona universitaria passano al ribaltone, organizzandosi assieme agli altri minorenni di un clan decaduto e stringendo alleanze extraterritoriali per conquistare il comando del quartiere e liberare i cittadini dal giogo del pizzo. Ma qual è il prezzo?

Più che leggerlo nel solco dell’affollato e non sempre convincente filone del realismo sociale tipico di questo decennio, del film piace sottolineare una serie di immagini e momenti che determinano la peculiarità di Giovannesi, regista tra i più bravi a cogliere il coefficiente di dolore che mette in relazione i personaggi con lo spirito del racconto, trattare con delicatezza il materiale umano portato dal reale nel contesto cinematografico, trasmettere il senso di una scrittura forte (accanto a Saviano e al regista, c’è lo specialista Maurizio Braucci in sede di sceneggiatura) mescolato con la sensazione che sia esito dell’improvvisazione.

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Il meglio lo ritrovi nella struggente sequenza dell’acquisto dei nuovi mobili per la casa, dove gli occhi della madre del protagonista (una donna sempre in secondo piano, un grumo di rassegnazione, predestinazione, paura, angoscia) s’incrociano con le mani del figlio che maneggia le banconote, simbolo della sua nuova vita. O nel tristissimo festino con le trans, uno sprazzo di poetica tensione verso lo squallore. O nel primo piano in cui la scelta (criminale) en travesti rivela tutta l’inadeguatezza anagrafica ed emotiva del protagonista. O nel breve istante in cui giocano alla playstation col vecchio boss ai domiciliari (il gigante Renato Carpentieri), altra concessione all’illusione.

Ma forse è davvero nel finale rigoroso e dilaniante che questo film clamoroso – dominato dal movimento della macchina che esplora gli spazi per individuarne l’anima sfregiata, penetra nel buio per scoprire gli angoli più nascosti, si nega per fortuna le malie oniriche – esplode in tutto il suo feroce disincanto, con la silenziosa processione verso l’orrore che s’imprime nella memoria anche grazie alla incredibile intensità garantita dello spiazzante e grandioso Francesco Di Napoli.

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